{"id":311,"date":"2020-03-21T19:03:17","date_gmt":"2020-03-21T18:03:17","guid":{"rendered":"https:\/\/www.prolocodrapia.it\/?page_id=311"},"modified":"2020-03-21T19:03:17","modified_gmt":"2020-03-21T18:03:17","slug":"il-territorio","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.prolocodrapia.it\/?page_id=311","title":{"rendered":"Il Territorio"},"content":{"rendered":"\n<p>DRAPIA<\/p>\n\n\n\n<p>A5 km da Tropea, nella provincia di Vibo Valentia,\nsorge, a ridosso di una lussureggiante collina, il pittoresco paese di Drapia.<br>\nIl viaggiatore che, lasciata la citt\u00e0\ndi Tropea, si dirige lungo la strada provinciale per Vibo Valentia, appena dopo\n3 km, al primo bivio svolter\u00e0 a sinistra e, dopo aver percorso altri 2 km,\nattraversato l\u2019abitato di Gasponi, arriver\u00e0 dritto al paese di Drapia.<\/p>\n\n\n\n<p>Le origini e la storia<br>\nProbabilmente il primo nucleo del paese dovette\nsorgere in et\u00e0 prebizantina, prendendo il nome dalla vicina citt\u00e0 di Tropea,\nstorpiato col tempo in&nbsp;Drapea&nbsp;e oggi\nin&nbsp;Drapia. L\u2019origine del\ntoponimo potrebbe essere legato al fatto che, in quel periodo, tutto il\nterritorio intorno a Tropea faceva parte della&nbsp;<em>Massa Trapeas<\/em>&nbsp;(masseria\ntropeana), di propriet\u00e0 della Chiesa Romana, costituita da grandi\nconcentrazioni di latifondi contigui, case coloniche, greggi, chiese e\nmonasteri.<br>\nA capo di essa vi era un Rettore,\nnominato direttamente dal Papa, il quale delegava l\u2019amministrazione ad un\n&#8220;<em>conductor<\/em>&#8221; (conduttore) il quale aveva il compito di\nriscuotere gli affitti dei coloni che occupavano le diverse terre in cui la\nmassa era suddivisa.<br>\nCon molta probabilit\u00e0, i primi abitanti\ndel paese dovettero essere gruppi di popolazione non stabile, appunto coloni,\nche col tempo andarono a costituire un vero e proprio villaggio.<br>\nL\u2019abitato si estese durante il periodo\nbizantino quando, nell\u2019anno 700, fu edificato il monastero greco di San Sergio\ne Bacco e intorno al IX secolo, quando la citt\u00e0 di Tropea fu liberata dalle\nmani dei pirati islamici dal generale Niceforo Focas (poi detto il Vecchio)\nmandato nell\u2019885 dall\u2019imperatore bizantino Basilio I il Macedone a\nriconquistare tutto il sud d\u2019Italia che era schiacciato dalla pressione araba e\nlongobarda. Come dice il Fiore questi pirati, dopo essere stati scacciati dalla\ncitt\u00e0, si rifugiarono verso l\u2019interno fondando diversi villaggi e probabilmente\nincrementando quelli gi\u00e0 esistenti.<br>\nAlla dominazione bizantina si sostitu\u00ec\nquella normanna, causa ed effetto di notevoli sconvolgimenti, sia in campo\neconomico-strutturale con l\u2019introduzione del sistema feudale, sia in campo\nculturale con la sostituzione della liturgia della lingua greca con quella\nlatina.<br>\nAl dominio normanno successero quello\nsvevo, angioino e aragonese.<br>\nLa fine del medioevo e l\u2019inizio\ndell\u2019et\u00e0 moderna fu un periodo particolare, caratterizzato cio\u00e8 da abbondanti\nproduzioni grazie al lavoro dell\u2019uomo, ma innanzitutto alla ricchezza del\nterreno. La grande fertilit\u00e0 dei campi e quindi l\u2019insieme delle culture\nagricole del luogo sono presenti nell\u2019emblema del paese, formato da tre\nspighe di grano, un monte verde, una spada e una scimitarra\nincrociate a simbolo della lotta che in epoca passata i drapiesi dovettero\nsostenere contro i pirati saraceni. <\/p>\n\n\n\n<p>In questo periodo Drapia \u00e8 uno dei 23 Casali\ndipendenti da Tropea. Dal capoluogo, i casali erano considerati\n&#8220;universit\u00e0 (comuni) rurali&#8221;, ma dipendevano in tutto e per tutto da\nTropea. A capo di essi vi era un &#8220;amministratore sindaco&#8221; nominato\ndai sindaci della Citt\u00e0 capoluogo, il cui compito essenziale era la riscossione\ndelle tasse. Non poche volte questi villaggi si coalizzarono per ribellarsi al\ncapoluogo che li opprimeva al pagamento di grosse somme.<br>\nA differenza del \u20186oo che per la\nCalabria \u00e8 stata un\u2019epoca di forte crisi, a tal punto da farla regredire di\nmolto rispetto ai secoli precedenti, il \u20187oo fu un periodo florido.<br>\nA Drapia, in questo periodo,\nabbondavano vino, frutta d\u2019ogni genere, olio e legumi; fiorente era anche il\ncommercio con molti paesi del regno di Napoli, con lo Stato Pontificio e il\nVeneto. Essendo gente industriosa, la gente di Drapia fu la prima nel\ncircondario di Tropea a dare vita all\u2019industria serica, del lino e del cotone.<br>\nLa fiorente economia e quindi gli\naffari che andavano a gonfie vele convincevano i tanti nobili di Tropea,\nproprietari di molte terre nei 23 Casali e quindi di gran parte della\nproduzione, a soggiornare spesso in questo villaggio.<br>\nNel XIX secolo, con la fine del\ncontrollo di Tropea sui Casali e con l\u2019arrivo di Napoleone, vi fu uno\nsconvolgimento radicale dell\u2019amministrazione di tutto il regno il cui assetto\namministrativo veniva completamente ridisegnato.<br>\nNel 1812 fu ufficialmente istituito\nil Comune di Drapia e ad esso furono aggregate le frazioni di Gasponi, Brattir\u00f2\ne Caria.<br>\nIn quegli anni il paese comprendeva,\noltre alle case di campagna, quattro quartieri: Canchi, Carcara, Celsi e\nStretto. Le principali risorse erano date dal commercio e dall\u2019artigianato\nlocale e se anche le condizioni di vita erano migliori di altre localit\u00e0, non\npossiamo certo ritenerle floride.<br>\nL\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia, agli inizi, port\u00f2 con\ns\u00e9 tutta una serie di gravi conseguenze: il brigantaggio e l\u2019emigrazione, con\nil conseguente svuotamento di tutti i paesi del sud. I drapiesi emigrarono in\nmassa, all\u2019estero e in molte citt\u00e0 del nord Italia.<br>\nIl XX secolo \u00e8 stato caratterizzato\ninnanzitutto da una serie d\u2019avvenimenti che sconvolsero in modo radicale la\nvita del piccolo paese, a cominciare dai primi anni con i catastrofici\nterremoti dell\u20198 settembre 1905 e del 28 dicembre 1908. Oltre agli ingenti\ndanni causati alle abitazioni, lo sconforto creatosi tra i cittadini fu\ntalmente lacerante che obblig\u00f2 ancora una buona parte a scegliere la strada\ndell\u2019emigrazione. I segni di una mancata ripresa economica favorita dal lavoro\ndei campi, cos\u00ec come c\u2019era stata in altri periodi, ma anche una auspicata\nespansione urbana \u00e8 tutt&#8217;oggi leggibile tra le stradine e le case che parlano\ndi un tempo dimenticato e molto remoto.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Visitare\nil comune di Drapia<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>\nLa visita ha\ninizio dai mulini ubicati lungo la fiumara Brummaria che scorre in una gola\nvicino all\u2019abitato di Drapia. Prima di arrivare in paese, a destra del ponte\nsulla detta fiumara, incontriamo il primo dei mulini, quello De Rito. Questo\nmulino \u00e8 ad un solo livello, in pietra granitica locale con volta a botte\ncostruita in conci di pietra parzialmente squadrata disposta a coltello.\nParticolare \u00e8 la &#8220;<strong>saitta<\/strong>&#8221; a forma di tronco conico, che\ndifferisce da tutti gli altri presenti nella zona a tal punto da rendere la\ncostruzione peculiare come tipologia. Oltre al locale per la molitura, ne\ntroviamo un altro destinato al \u201c<strong>ricovero dell\u2019asino<\/strong>\u201d. Risalente\nprobabilmente al periodo medioevale, sub\u00ec vari interventi di ristrutturazione\nnel \u2018700 e nel \u2018800.<br>\nAttualmente il mulino giace in pessime\ncondizioni ed \u00e8 inagibile.<br>\nSalendo verso il colle, a poche\ncentinaia di metri, immettendosi per una stretta stradina, incontriamo il \u201c<strong>mulino\nLoiacono<\/strong>\u201d risalente allo stesso periodo di quello De Rito, ed \u00e8 ancora in\nattivit\u00e0. E\u2019 costruito su un solo livello in pietra granitica locale e ha una\ncopertura a volta a botte, in conci di pietra disposti a coltello.<br>\nContinuando verso il paese, il nostro\nitinerario prosegue con la&nbsp;Chiesa della Madonna del Carmine, ubicata\nall\u2019inizio dell\u2019abitato davanti al municipio. Attualmente \u00e8 inagibile e chiusa\nal culto. La sua fondazione risale al&nbsp;1890&nbsp;e fu edificata da <strong>Michele\nMazzitelli<\/strong>. Consta di un unico ambiente di forma rettangolare privo\nd\u2019abside. Il lato che prospetta sulla strada poggia su due gradini e reca sui\npropri stipiti un paramento in blocchi di pietra granitica.<br>\nProseguendo per il caratteristico Corso\nUmberto I, un tempo totalmente pavimentato in pietra e purtroppo coperto nel\nsecolo passato con asfalto, camminando tra antichi palazzi decorati con\nsplendidi portali e balconi in granito e pietra tufacea, si incontra la&nbsp;Chiesa\ndell\u2019Immacolata Concezione&nbsp;che \u00e8 l\u2019attuale chiesa parrocchiale di Drapia.\nNon conosciamo quando essa fu edificata, ma doveva gi\u00e0 esistere nel&nbsp;\u2018500. Nel corso dei\nsecoli sub\u00ec vari interventi, a conferma di ci\u00f2, negli anni \u201960, durante gli\nscavi compiuti per la sostituzione del pavimento, sono state portate alla luce\nle fondamenta di un edificio pi\u00f9 piccolo.<br>\nIn quel primo periodo, la chiesa era\ndedicata a&nbsp;San Pietro Apostolo,\nsuccessivamente assunse il titolo di&nbsp;Chiesa dell\u2019Immacolata Concezione.<br>\nLa costruzione dell\u2019attuale abside\nrisale alla fine dell\u2019800.<br>\nIl terremoto del 1908 fu causa di danni\nin parte irreparabili; il soffitto, crollato completamente, venne ricostruito\nin legno e coperto di tela, ma solo trent\u2019anni dopo furono possibili interventi\ndefinitivi di restauro.<br>\nLa chiesa si presenta oggi di forma\nrettangolare con abside semicircolare e la volta a botte. La facciata con\ntimpano \u00e8 decorata con un rosone in vetro colorato e ferro battuto. Il\ncampanile a pianta quadrata \u00e8 decorato da monofore e pseudo monofore ogivali.\nAl suo interno, di stile composito con stucchi e marmi di pregevole fattura,\npossiamo trovare diverse opere degne di rilievo, tra cui il&nbsp;ciborio&nbsp;(XVII\nsec.); la statua lignea della vergine&nbsp;Immacolata, in stile liberty (XIX\nsec.), di&nbsp;San Michele Arcangelo&nbsp;(XIX sec.),\ndi&nbsp;Santa Domenica&nbsp;(che si dice\nproveniente dal convento di San Sergio e Bacco) (XVII sec.),&nbsp;di San Nicola&nbsp;(1897);\nuna tela dell\u2019ultima cena&nbsp;(probabilmente\nproveniente dal convento di San Sergio e Bacco) di Domenico Finoglia da Napoli\n(1670); una tela raffigurante la&nbsp;deposizione&nbsp;di nostro\nSignore Ges\u00f9 Cristo (copia di un quadro pi\u00f9 grande che si trova nella\nCattedrale di Perugia), di Vincenzo Basile (XIX sec.); una tela della&nbsp;Madonna del\nCarmelo, con San Nicola (a destra) e San Francesco di Paola\n(a sinistra) di F. Bagnati (1840).<br>\nAttaccato alla chiesa parrocchiale, si\ntrova l\u2019oratorio di San Michele, di propriet\u00e0\ndella confraternita. <\/p>\n\n\n\n<p>Non sappiamo quando esso fu edificato, ma dovette\nsicuramente subire delle modifiche nel corso dei secoli. Al suo interno si\npossono trovare diverse opere d\u2019arte; un ciclo d\u2019otto tele che raccontano la\nvita di Maria: la&nbsp;nativit\u00e0 di Maria&nbsp;(XIX sec);\nla&nbsp;presentazione al tempio di Maria&nbsp;(XIX\nsec.); lo&nbsp;sposalizio di Maria e Giuseppe&nbsp;(XIX\nsec.); l\u2019annunciazione&nbsp;(1800); il&nbsp;miracolo della\nverga,&nbsp;(XIX sec.); la&nbsp;nativit\u00e0 di Ges\u00f9,&nbsp;(XIX sec.); l\u2019adorazione dei\nMagi&nbsp;(1808); l\u2019incoronazione di Maria&nbsp;(1809). Si\ntrovano altres\u00ec: una tela dell\u2019arcangelo Raffaele&nbsp;(XIX\nsec.); un quadro rappresentante l\u2019angelo custode&nbsp;(XIX sec); una tela\ndi&nbsp;Santa Domenica&nbsp;di Vincenzo Basile (1848);\nuna tela&nbsp;di&nbsp;Sant\u2019Antonio&nbsp;di F.\nBagnati (1840); una statua&nbsp;della&nbsp;Madonna del\nCarmelo&nbsp;(proveniente dalla chiesa, ora abbandonata, a\nlei dedicata) (XIX sec.); parte di un&nbsp;coro ligneo&nbsp;parzialmente\ndistrutto.<br>\n<br>\n<\/p>\n\n\n\n<p>Continuando la visita al centro storico di Drapia,\ndopo aver percorso tutto il Corso Umberto I, arrivati in Piazza IV Novembre,\ncontinuando sempre dritti, dopo un breve tratto in discesa, arriviamo ad una\npiccola edicola dedicata a San Sergio Martire, che ricorda l\u2019antico monastero\nche sorgeva nelle vicinanze e del quale sono ancora visibili i resti. <strong>Il\nmonastero<\/strong> era ubicato nella valle tra Drapia, Alafito (poi andato\ndistrutto) e Zaccanopoli. Fu edificato nell\u2019anno&nbsp;700&nbsp;dai\nbasiliani, quale&nbsp;monastero di San Sergio e Bacco. Il cenobio fu\nmeta di vari santi penitenti. Era fornito d\u2019orto, di un proprio boschetto e di\nuna fonte d\u2019acqua salubre (che scorre ancor oggi) detta &#8220;<strong>Vardaro<\/strong>&#8220;.<br>\nSempre meta di pellegrinaggi da parte\ndei cittadini di Tropea, nell\u2019anno&nbsp;1221, con una bolla\ndi Onorio III, il monastero ricevette una visita particolare, quella di due\ndelegati apostolici, cio\u00e8 del Vescovo di Crotone e dell\u2019Abate di Grottaferrata.\nAvanti negli anni i basiliani lo abbandonarono perch\u00e9 l\u2019edificio stava andando\nin rovina per il cedimento del sottosuolo. Dopo essere stato riparato, il\nvescovo di Tropea, Nicol\u00f2 Acciapaccia, nell\u2019anno&nbsp;1421,&nbsp;lo consegn\u00f2 ai\nFrancescani, che lo rifondarono come&nbsp;Convento di San Sergio e Bacco. Proprio in\nquesto periodo vi fu guardiano&nbsp;San Bernardino da Siena. Per secoli si\nconserv\u00f2 nel convento lo scudo che il santo portava con s\u00e9 nelle sue missioni.\nSuccessivamente, il terremoto del 5 febbraio 1783 lo distrusse in maniera tale\nche ai giorni nostri non rimangono che pochi ruderi,&nbsp;qualche quadro, una&nbsp;statua di&nbsp;Santa Domenica, conservati nella\nchiesa parrocchiale di Drapia e il&nbsp;tabernacolo, che fu trasportato nella\nchiesa parrocchiale di Caria.<br>\nRitornando indietro verso Piazza IV\nNovembre e proseguendo dove l\u2019abitato confina con le campagne, troviamo\nla&nbsp;cappella della Madonna del Carmine.<br>\nInizialmente, nel&nbsp;1861, ci doveva\nessere un\u2019edicola dove era venerata la Vergine del monte Carmelo e dove, col\ntempo, nell\u2019anno 1908 fu edificata l\u2019attuale cappella. La devozione del popolo\n\u00e8 tale che, nell\u2019anno 1991, fu restaurata integralmente. Ha forma rettangolare\nsenza abside e le mura sono<br>\ncompletamente intonacate. Non presenta\nnessun pregio artistico. Di qualche rilevanza artistica \u00e8 la pittura dipinta su\nmaiolica, rappresentante la&nbsp;Vergine del Carmelo, custodita al\nsuo interno (1861).<br>\nRipercorrendo la stessa strada, girando\na destra al bivio continuiamo la nostra visita dirigendoci verso&nbsp;Gasponi.<\/p>\n\n\n\n<p>Sorto\nprobabilmente in et\u00e0 prebizantina, col nome di&nbsp;Chespanum&nbsp;o&nbsp;Chespano, inizialmente\nGasponi si dovette sviluppare nella parte antica dell\u2019attuale paese e in\nprossimit\u00e0 del fiumicello&nbsp;Cheo&nbsp;(ora torrente Lumia) dal quale, secondo il\nBarrio, successivamente l\u2019abitato prese il nome. E\u2019 probabile che il paese\nsorse nell\u2019ambito degli insediamenti rurali nella gi\u00e0 citata &#8220;masseria\ntropeana&#8221; come gruppi di popolazione non stabile, che col tempo and\u00f2 a\ncostituire un vero e proprio villaggio.<br>\nL\u2019abitato dovette accrescersi nel\nperiodo bizantino e ulteriormente intorno al IX secolo quando, come ci dice il\nFiore, furono fondati molti villaggi della zona.<br>\nGasponi, cos\u00ec come fu per Drapia, visse\nsotto la dominazione normanna sostituitasi a quella di Bisanzio e sub\u00ec le\nconseguenze del cambiamento in ogni settore, sia economico che culturale.<br>\nNel \u20185oo Gasponi faceva parte dei 23\nCasali di Tropea. Era un centro agricolo dove abbondava la produzione dell\u2019olio\nalternando periodi di floridezza e crisi.<br>\nIl secolo successivo si presenta\naddirittura come un periodo di completo regresso: l\u2019economia non risponde n\u00e9 al\nlavoro dell\u2019uomo n\u00e9 alla fertilit\u00e0 dei campi e questo fu causa di un\ninevitabile decremento demografico. Come se ci\u00f2 non bastasse, sempre nel \u2018600,\nGasponi che pure disponeva di tre&nbsp;<strong>Torri<\/strong>&nbsp;per la difesa del suo\nterritorio, era impegnata per la difesa contro le continue incursioni\npiratesche. <\/p>\n\n\n\n<p>Le Torri avevano la funzione di avvertire la\npopolazione, con fuochi o suono di campana, a seconda dell\u2019ora del pericolo ed\nerano dislocate in vari punti strategici lungo il territorio:<\/p>\n\n\n\n<ul class=\"wp-block-list\"><li>la prima era nel tratto\n     del paese chiamato&#8221;<strong>avanzi a turri<\/strong>&#8220;;<\/li><li>la seconda sulle\n     pendici della localit\u00e0 detta S. Angelo nella zona detta &#8220;<strong>turretta<\/strong>&#8220;;<\/li><li>la terza sulla collina\n     che s\u2019innalza alle spalle del paese nella contrada detta &#8220;<strong>Marcea<\/strong>&#8220;.\n     <\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>Non conosciamo quando esse furono costruite ma,\nconsiderando i materiali costruttivi e che erano Torri quadrate, possiamo farle\nrisalire al \u201c<strong><em>Periodo Viceregnale\u201d&nbsp; (<\/em><\/strong>periodo in cui il regno di Napoli fu\nsotto il dominio spagnolo e per breve austriaco, anzich\u00e9 esserci un re vi era\nun vicer\u00e9, un nobile potente che svolgeva le funzioni di sovrano, questo\nperiodo dur\u00f2 dal XVI secolo fino al 1734, quando Carlo di Borbone conquist\u00f2 il\nRegno di Napoli e fond\u00f2 la dinastia Borbone-Napoli<strong><em>)<\/em><\/strong>. <\/p>\n\n\n\n<p>Della loro esistenza non rimangono che pochi ruderi\na causa dei continui terremoti che si sono succeduti e all\u2019incuria della gente.<\/p>\n\n\n\n<p>Il \u2018<strong>7oo<\/strong> fu, in grandi linee, un periodo di\nbenessere per Gasponi con abbondante produzione di verdura, cereali, ulivi e\nfrutta d\u2019ogni genere. Vi si coltivava il lino e le piante di cotone ed era\npraticata la produzione ed il commercio della seta.<br>\nVi era abbondanza d&#8217;acqua che veniva\nutilizzata per l\u2019irrigazione dei campi e che andando verso valle, alimentava\nalcuni mulini. Vi era, inoltre, una fonte che forniva ottima acqua in quantit\u00e0.\nMolti nobili di Tropea erano soliti risiedere in questo villaggio.<br>\n<br>\n<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Nel\n1812<\/strong>, Gasponi entr\u00f2 a far parte del Comune di Drapia,\ninsieme alle frazioni di Caria e Brattir\u00f2.<br>\nNel paese, in questo periodo,\nl\u2019attivit\u00e0 prevalente era l\u2019agricoltura e se anche nella nostra zona vi era un\nrelativo benessere, le condizioni di vita non si possono ritenere certo\nmigliori che altrove. A ci\u00f2 si aggiunse l\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia con tutte le sue\nconseguenze, dal brigantaggio che diruppe violentemente, all\u2019emigrazione\ncausata dalle cattive condizioni in cui si era costretti a vivere.<br>\n<br>\n<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il\nsecolo XX<\/strong> fu un periodo di sconvolgimento radicale sin dagli\ninizi. Infatti, in seguito al <strong>terremoto dell\u20198 settembre 1905 e del 28\ndicembre 1908<\/strong>, che distrusse gran parte dell\u2019abitato di Gasponi, molti\nabitanti rimasero senza tetto. Per essi si costruirono circa cento baracche ed\nessendo la chiesa parrocchiale gravemente danneggiata in quegli anni fece da\nchiesa una baracca di legno. Il <strong>regio decreto<\/strong> (convertito poi in legge)\nstabiliva, fra gli altri articoli, che la costruzione per l\u2019ampliamento\ndell\u2019abitato doveva essere fatta nella contrada S. Angelo. Nel 1914 il Genio\nCivile dava inizio alla pratica dello spostamento per disposizione del\nMinistero Direz. Gen. dei servizi speciali. Successivamente per l\u2019opposizione\ndella popolazione, il progetto fu abbandonato e l\u2019ampliamento si fece vicino al\nvecchio centro abitato.<br>\nNel paese di Gasponi, appena lasciata\nDrapia, percorriamo viale Che Guevara e giriamo al bivio a sinistra. Dopo aver\npercorso per un breve tratto via Cesare Battisti, arriviamo in Piazza Giovanni\nXXIII, dove il nostro itinerario prosegue con la visita alla&nbsp;chiesa di\nSant\u2019Acendino&nbsp;Martire.<br>\nAttuale chiesa parrocchiale fu iniziata\nnel 1935 dall\u2019opera <strong>interdiocesana<\/strong> per le chiese terremotate di Calabria\ne ultimata soltanto nel 1957 a causa di varie vicissitudini. Ha assunto il suo\npresente aspetto tra gli anni \u201960 e \u201970. L\u2019esterno, come l\u2019interno, \u00e8 di stile\nromanico. Sulla facciata, con timpano, si notano due lesene e il portale\nsovrastato da uno stemma. A destra si innalza il campanile, a pianta\nquadrangolare. Nel suo interno, a navata unica con abside semicircolare\ndecorato da una serie di lesene che si congiungono nel catino, si possono\ntrovare pregevoli opere provenienti, per la maggior parte, dalla precedente\nchiesa. Tra esse il&nbsp;ciborio&nbsp;(XVIII sec.); una tela\nraffigurante la&nbsp;Vergine del Carmelo&nbsp;tra gli\nangeli i Santi Acendino e compagni (a sinistra) e San Carlo Borromeo (a destra)\n(XVII-XVIII sec.); un&nbsp;crocifisso ligneo&nbsp;(XVIII sec.); una\nscultura lignea della&nbsp;beata Vergine del SS. Rosario&nbsp;attribuita\na De Lorenzo di San Pietro di Carid\u00e0 (XVII sec.); una scultura lignea di&nbsp;San Nicola&nbsp;(XVIII\nsec.); una scultura lignea di&nbsp;Sant\u2019Acendino&nbsp;di Corrado Rungaldi\nd\u2019Ortisei (Bolzano) (1969); una tela raffigurante la&nbsp;Sacra Famiglia, Santa\nElisabetta e San Giovanni Battista eseguita da Pietro Chiapparo (pittore\ntropeano) (1888); un&nbsp;armonium&nbsp;(o armonio) di A. Dobois di\nParigi, (primi del \u2018900). Inoltre sono conservate una statua lignea della&nbsp;Madonna addolorata&nbsp;(XVIII\nsec.); una piccola riproduzione della&nbsp;Madonna di Romania&nbsp;di Pietro\nChiapparo (1890).<br>\nLasciata la chiesa di Sant\u2019Acendino,\ncontinuando sempre dritti per via Michele Bianchi, dopo pochi metri, giungiamo\nalla&nbsp;chiesa di Santa Domenica.<br>\nAttualmente sconsacrata, probabilmente\nfu edificata nel periodo medioevale. Funzion\u00f2 per qualche centinaia d\u2019anni.\nDopo qualche tempo d\u2019abbandono fu riconsacrata il 7 novembre 1729 (o 1709), ma\nin seguito fu di nuovo abbandonata e quindi adibita a frantoio. L\u2019attuale\nedificio consta di due ambienti rettangolari in asse fra loro, di diverse\ndimensioni: il piccolo fungeva da santuario, senza abside, il pi\u00f9 grande da\nnavata unica. Essi sono separati da un arco a tutto sesto, ampio per tutta la dimensione\ndella larghezza del santuario. Sopra la chiave dell\u2019arco sporge una mensola in\npietra usata come probabile sostegno del Crocifisso, oggi asportato. Il\nsoffitto \u00e8 ligneo. Le mura sono intonacate e, a causa di ci\u00f2, non \u00e8 possibile\nuna lettura pi\u00f9 precisa della struttura. Ha diverse aperture che danno\nattualmente su ambienti adiacenti alla chiesa, tranne quella occidentale che d\u00e0\nsulla strada.<br>\nProseguendo per Via Michele Bianchi,\ndopo qualche metro, ci troviamo un piccolo piazzale, dal cui angolo sinistro,\nattraverso una piccolissima viuzza, si accede al luogo denominato &#8220;<em>avanz\u2019a\nturri&#8221;<\/em>, i cui resti sono stati precedentemente citati. Ritornando\nindietro, svoltando per Via Torre e percorrendo la piccola Via Chiesa\ncostellata di antichi palazzetti, arriviamo nel cuore del centro storico dove\nc\u2019\u00e8 la&nbsp;chiesa dedicata ai Santi Acindyno (o Acendino),\nAnempodisto, Aftonio, Elpideforo e Pegasio, compagni Martiri di Persia, di cui \u00e8\nancora integra la facciata. Non sappiamo quando essa fu edificata, ma doveva\nesistere gi\u00e0 nel medioevo. Nei secoli sub\u00ec vari interventi di modifica e\nampliamento. Inizialmente era di modeste dimensioni e probabilmente nel 1593 fu\nmodificata e ampliata, assumendo la sua attuale forma. Ulteriori interventi\nall\u2019esterno ed all\u2019interno si ebbero nel 1724 e poi nel 1892, anno in cui fu\nricostruito il campanile. I terremoti dell\u20198 settembre del 1905 e del 28\ndicembre 1908 la distrussero quasi completamente, tant\u2019\u00e8 che crollarono la\nfacciata esterna principale, il tetto e la volta, inoltre il pavimento\nsprofond\u00f2 ricoprendo la cripta. In quel periodo funzion\u00f2 come chiesa una\nbaracca di legno. Dopo molte peripezie, con l\u2019aiuto dei fondi statali e con la\npartecipazione del popolo, la chiesa fu riedificata, ma senza particolari\nattenzioni, tant\u2019\u00e8 che appena qualche anno dopo veniva dichiarata pericolante\ndai funzionari statali e si iniziava la costruzione di una nuova chiesa.\nProseguendo per qualche metro per Via Chiesa, girando a sinistra immettendoci\nin piazza <strong>Oh-Chi-Min<\/strong> e poi di nuovo per Via Cesare Battisti a un\ncentinaio di metri arriviamo all\u2019 \u201d<strong>oratorio della confraternita \u201c <\/strong>dedicato\nal&nbsp;SS. Redentore. <\/p>\n\n\n\n<p>Edificato nel 1724, fu ampliato e riconsacrato il 13\nfebbraio 1911.<br>\nE\u2019 una piccola cappella di forma\nrettangolare, a navata unica, senza abside. La facciata \u00e8 romanica ed \u00e8\nabbellita da quattro lesene con capitello. Sul portone ha una finestra a\nlunetta. In alto c\u2019\u00e8 una struttura campanaria in mattoni. E\u2019 costruita in\nmuratura di pietra calcare e pietra granitica, con soffitto in legno e copertura\na due falde con struttura portante in legno e manto di copertura in coppi di\nlaterizio.<br>\nContinuando per Via Cesare Battisti,\narriviamo al bivio che ci immette sulla strada da cui \u00e8 iniziata la visita.\nRipercorrendola, continuiamo sempre dritti lasciando l\u2019abitato e, dopo circa un\nchilometro, girando a sinistra, al primo bivio e a quello successivo a destra,\nsi entra nella contrada Sant\u2019Angelo facente parte del territorio parrocchiale\ndi Gasponi. All\u2019interno di Villa Felice c\u2019\u00e8 la chiesa che in passato faceva\nparte di un monastero tra i pi\u00f9 antichi della Calabria. Non si sa di preciso\nquando esso fu eretto, ma certo era di origini antichissime. Sorto inizialmente\ncol nome di&nbsp;San Lorenzo&nbsp;in seguito si chiam\u00f2\ndi&nbsp;Sant\u2019Arcangelo. In questo primo periodo\ndoveva essere una fondazione prebenedettina. L\u2019antico monastero traeva in\naffitto una piccola terra di propriet\u00e0 della Chiesa Romana e facente parte\ndella Massa (masseria) tropeana che nel 400 d. C. era guidata da Irene\n&#8220;conductrix&#8221; (conduttrice) e probabilmente da suo marito. Il notaio\nPietro ed un certo numero di diaconi e suddiaconi o &#8220;difensores&#8221;\navevano il compito di amministrare le tenute di questi luoghi avendo anche\npotere sulle persone che le ricevevano in affitto. Queste mansioni erano\ncoadiuvate da un Rettore (da cui tutti dipendevano) nominato dal Papa. La massa\nera formata da molte propriet\u00e0 con case coloniche (che col tempo andarono a\nformare veri e propri villaggi), greggi ed attrezzi ed era fornita di una\nchiesa, di un oratorio e probabilmente di un\u2019osteria. Nel&nbsp;591&nbsp;il papa Gregorio Magno scriveva al\nnotaio Pietro e gli ordinava di diminuire il canone annuale ai monaci del\nMonastero di Sant\u2019Arcangelo che pagavano per l\u2019affitto della tenuta suddetta.\nSempre dallo stesso epistolario veniamo a conoscenza che nel&nbsp;595&nbsp;il cenobio si\ntrovava in gravi condizioni a causa delle incursioni barbariche. Nel&nbsp;596&nbsp;fu egumeno\nMassimiano (nativo di Tropea).<br>\nFu grecizzato nel secolo VIII quale\nmonastero greco di&nbsp;Sant\u2019Angiolo.<br>\nNell\u2019anno&nbsp;1265&nbsp;era\negumeno Ioannicchio. Nel&nbsp;1300&nbsp;fu visitato da Barnaba da\nCorsara e nel&nbsp;1477&nbsp;Atanasio Calcepilo, Vescovo di Gerace, lo\ntrov\u00f2 in cattive condizioni. Nel&nbsp;1324&nbsp;era egumeno Cipriano a\ncui successe nel&nbsp;1350&nbsp;Nicodemus Fazzali. I basiliani occuparono il\nmonastero di Sant\u2019Angiolo fino al XV secolo, dopo di che fu dato in commenda.\nPer tutto il 1600 l\u2019edificio si conserv\u00f2 nelle condizioni originali. Nei primi\nanni del 1700 vi furono alcuni restauri ordinati dal Vescovo di\nTropea il quale fece anche costruire, annessa alla chiesa, una casa estiva per\ns\u00e9 e per il seminario.<br>\nPer quanto riguarda il monastero, gli\navanzi tardo-romanici si conservarono fino al 1955, epoca in cui\nfu costruita la nuova Villa Felice.<br>\nL\u2019attuale chiesa di&nbsp;San Michele\nArcangelo&nbsp;presenta una pianta a croce greca con cupola\ndi origine bizantina, affiancata da due campanili di singolare effetto\norientaleggiante. All\u2019interno possiamo trovare pregevoli opere quali una tela\nraffigurante l\u2019Arcangelo San Michele&nbsp;di Nicola\nMenzele da Napoli (XVIII sec.); la&nbsp;base dell\u2019altare&nbsp;e\nuna&nbsp;mensola&nbsp;finemente intarsiate\nrisalenti al \u20187oo (periodo del restauro).<br>\n<br>\n<\/p>\n\n\n\n<p>Dal monastero proviene un &#8220;enkolpion&#8221; a forma\ndi croce fusa in bronzo trovata durante la costruzione della nuova Villa Felice\nquando, nel gettare un vecchio muro, si trovarono due ossari ed in uno di\nquesti tra i poveri resti umani ormai ridotti a frammenti si recuper\u00f2 anche la\ncroce di bronzo. Si tratta del lato anteriore di una crocetta pettorale\neseguita in fusione con figura a bassorilievo raffigurante il Crocifisso. Nel\ncomplesso il lavoro appare rozzo nella fattura e dovrebbe risalire al 600-700. <\/p>\n\n\n\n<p>Attualmente \u00e8 conservata nel tesoro della <strong>Concattedrale\ndi Tropea<\/strong>.<br>\nRitornando indietro, girando a destra,\ncontinuando sulla strada che da Tropea va a Vibo Valentia, dopo circa un\nchilometro, si incontra il \u201c<strong>bivio di S. Agata\u201d<\/strong>. <\/p>\n\n\n\n<p>Svoltando a destra si giunge, dopo qualche\nchilometro, a&nbsp;Brattir\u00f2.<br>\n<br>\n<\/p>\n\n\n\n<p>Il paese di <strong>Brattir\u00f2 <\/strong>\u00e8 sorto probabilmente in\net\u00e0 bizantina tra il <strong>X e l\u2019XI<\/strong> secolo col nome di&nbsp;Britarium o\nBritario&nbsp;nella parte antica dell\u2019attuale paese detta\n&#8220;<strong>vajuni<\/strong>&#8220;, sulle sponde dell\u2019antico fiume che gli scorreva\nvicino (ora prosciugatosi). Questo primo nucleo era formato da un gruppo di\ncasupole di &#8220;<strong>bresti<\/strong>&#8221; (blocchi di paglia e fango cotti al\nsole).<\/p>\n\n\n\n<p><br>\nBrattir\u00f2 sub\u00ec le dominazioni normanna,\ndopo l\u2019impero di Bisanzio, sveva, angioina e aragonese.<br>\nDurante il periodo aragonese, alla\npacifica popolazione del posto, che viveva di pastorizia e agricoltura, si un\u00ec\nverso il 1300 una schiera di briganti assoldati dagli stessi\naragonesi per combattere gli angioini. <\/p>\n\n\n\n<p>I suddetti briganti, distrutta Aramoni, centro\nabitato sul Poro (a qualche chilometro da torre Galli), si spinsero nei\nvillaggi circostanti saccheggiandoli senza piet\u00e0. Molte suppliche furono fatte\na re <strong>Carlo V<\/strong> affinch\u00e9 intervenisse contro quell\u2019orda. Finalmente, nel\n1303, il re ordin\u00f2 che tutti i valichi del Poro fossero presidiati e che tutti\ni <strong>Rumbuli<\/strong> (il nome dei briganti) fossero annientati. Un solo bambino\nscampato al massacro e allevato a Brattir\u00f2 divenne il progenitore dei diversi\nrami dei <strong>Rombol\u00e0<\/strong>, ancora esistenti nella Regione.<br>\nNel \u20185oo Brattir\u00f2 faceva\nparte dei <strong>23 Casali dipendenti da Tropea<\/strong>. Visse periodi di ostentata\nfloridezza, ma spesso fu sottoposta alla crisi economica conseguenza di vari\nfattori sia sociali che ambientali. Il territorio circostante era comunque\nricco d\u2019ogni genere di frutti, di cereali, legumi, vigneti, oliveti e piantagioni\ndi gelso. Si produceva molto vino, olio, mais, ciliegie, mandorle. Tra gli\nabitanti molti svolgevano il lavoro di mulattieri o d\u2019asinai, portando a Tropea\nlegna da vendere. Inoltre abbondava il cotone che cresceva spontaneamente. <\/p>\n\n\n\n<p>Molti nobili di Tropea per vigilare sui loro\npossedimenti e per stare lontani dal rumore della Citt\u00e0 spesso risiedevano in\nquesto villaggio.<br>\nAgli inizi dell\u2019\u2018800 il villaggio di\nBrattir\u00f2 venne aggregato al <strong>Comune di Ricadi<\/strong> e, dal 1 gennaio 1812,\nentr\u00f2 a far parte del <strong>Comune di Drapia<\/strong>.<br>\nLa nostra visita, a Brattir\u00f2, comincia\ncon la chiesa dedicata ai&nbsp;Santi medici Cosma e Damiano, situata ad\nalcune centinaia di metri prima di arrivare in paese, sulla Strada Provinciale.\nEdificata nell\u2019anno&nbsp;1829, a devozione del canonico <strong>Gaetano Scordamaglia<\/strong>,\ninizialmente era pi\u00f9 piccola di come appare oggi e fu ampliata nell\u2019anno&nbsp;1929, a devozione di\n<strong>Don Francesco Pugliese<\/strong>. E\u2019 una piccola chiesa a forma rettangolare, con\nabside semicircolare. E\u2019 costruita in muratura di pietra calcare listata con\nmattoni ad interasse di un metro, con soffitto in legno e copertura a due falde\nin legno e manto di copertura in coppi di laterizi. <\/p>\n\n\n\n<p>N\u00e9 all\u2019esterno n\u00e9 all\u2019interno presenta particolari\npregi artistici, l\u2019unica cosa degna di qualche rilevanza artistica \u00e8 una\npittura su tavola che rappresenta la&nbsp;Madonna delle Grazie, con ai lati i\nSanti Cosma e Damiano&nbsp;(1829). Lasciata la chiesa,\nci dirigiamo verso il paese, continuando per la provinciale e in seguito,\ncontinuando dritti nel paese per Corso Vittorio Emanuele, arriviamo fino a\npiazza Cesare Battisti, quindi sempre dritti, nel Largo Duomo, scorgiamo un\nlato della Chiesa dedicata a&nbsp;San Pietro Apostolo&nbsp;risalente\nalla seconda met\u00e0 dell\u2019&nbsp;\u2018800. <\/p>\n\n\n\n<p>Attuale chiesa parrocchiale, durante i secoli sub\u00ec\ndiversi interventi e ampliamenti, tra i primi intorno al 1879. In seguito fu\ngravemente danneggiata dai terremoti. Interventi di restauro e relative\nmodifiche furono apportate nel 1910 e nel 1924. Attualmente si presenta ad\nuna sola navata, con abside semicircolare e con annessa cappella laterale. Lo\nstile, interno ed esterno, \u00e8 composito. Sulla facciata, divisa in due ordini da\nuna trabeazione, si notano una serie di lesene, il portale con timpano a lunetta,\nsovrastato da una bifora. Al suo interno, decorato da lesene e stucchi,\npossiamo trovare diverse pregevoli opere, quali: una statua della&nbsp;Madonna Immacolata&nbsp;di\nDomenico Derposi (?) (nome poco leggibile) di Dinami (1804); una statua\ndi&nbsp;Sant\u2019Anna&nbsp;dello stesso autore (1790);\nuna scultura di&nbsp;San Nicola&nbsp;(XIX sec.); una\nscultura lignea di&nbsp;Santa Lucia&nbsp;(XIX sec.); una coppia\nd\u2019angeli&nbsp;in legno (XIX sec.);\nun&nbsp;organo a canne, della bottega Petillo da\nNapoli (XIX sec).<br>\nTornando indietro e proseguendo verso\nCorso Vittorio Emanuele, Piazza Cesare Battisti e Via Posta, ci immettiamo per\nuna piccola strada di campagna (dove c\u2019\u00e8 il Calvario). Percorrendola per circa\nun chilometro si giunge nella contrada &#8220;Manna&#8221;, dove sorge una\npiccola chiesetta dedicata alla&nbsp;Madonna del Rosario.<br>\n<br>\n<\/p>\n\n\n\n<p>Edificata agli inizi del secolo XX, per devozione\ndel Canonico <strong>Don Michele Pugliese<\/strong>, fu restaurata nell\u2019anno 1953. Ha\nforma rettangolare, con abside semicircolare. Non ha particolari pregi\nartistici, l\u2019una cosa degna di qualche rilevanza \u00e8 il quadro della&nbsp;Madonna del\nRosario&nbsp;(copia del quadro conservato nella Basilica di\nPompei) (XX sec.).<br>\nSeguendo nella stessa direzione\narriviamo all\u2019imbocco della Strada Provinciale dove, girando a destra, ci si\nimmette sulla via che riconduce al centro abitato. Noi invece ci dirigiamo di\nnuovo verso il bivio in contrada <strong>Sant\u2019Agata<\/strong>. Svoltiamo a destra e, a qualche centinaio di\nmetri, a ridosso della strada provinciale, nel territorio della parrocchia di\nGasponi, sorge una piccola chiesa dedicata a&nbsp;<strong>Sant\u2019Agata<\/strong>. La costruzione risale al <strong>1902<\/strong> e fu finita e consacrata il 4\nagosto 1927. E\u2019 un tipico esempio di chiesetta a\nnavata unica che si trova in ambito rurale, nel territorio del Poro. <\/p>\n\n\n\n<p>La facciata \u00e8 abbellita da un portale lapideo\nsovrastato da una monofora a lunetta e culmina in alto con la struttura\ncampanaria. A unica navata, con forma rettangolare e con abside semicircolare \u00e8\ncostruita in muratura di pietra calcare listata con mattoni ad interasse di un\nmetro, con soffitto ligneo e copertura a due falde con portante in legno e\nmanto di copertura in coppi di laterizio. Attualmente \u00e8 inagibile per il crollo\ndel soffitto.<br>\nDa vedere, ancora, la vicina fontana in\ngranito locale risalente al <strong>1892<\/strong>.<br>\n<br>\n<\/p>\n\n\n\n<p>Percorrendo la Provinciale, dopo circa due\nchilometri, arriviamo a&nbsp;Caria, ultima tappa del nostro\nitinerario.<br>\nIl primo agglomerato urbano sorse\nprobabilmente nel periodo bizantino con il nome di&nbsp;Caria, prendendo,\ncome ci dice il Barrio, la denominazione dall\u2019omonima valle su cui si\ninnalzava. Inizialmente il paese non era situato dov\u2019\u00e8 attualmente, ma era un\npo\u2019 distante verso la localit\u00e0 denominata &#8220;<strong>Casal Vecchio<\/strong>&#8220;.\nIntorno al 1660, a causa dell\u2019alta franosit\u00e0 del terreno, l\u2019intera valle venne\ninghiottita dalla <strong>fiumara Ruffa<\/strong>. <\/p>\n\n\n\n<p>Tutto and\u00f2 perduto: la Chiesa Parrocchiale, la torre\ndella famiglia Galluppi, palazzi, case e molti edifici. L\u2019attuale paese fu\ncostruito, in seguito, ai piedi del monte detto &#8220;<strong>Cafaro<\/strong>&#8220;.<br>\nNel 1677, dopo la costruzione del nuovo\npaese, veniva edificata anche la nuova Chiesa Parrocchiale.<br>\nIl XVIII secolo fu a grandi linee,\nun\u2019epoca di benessere. In questo periodo a Caria si produceva molto frumento,\nolio, lino, legumi, mais in quantit\u00e0. Vi erano abbondanti alberi di fichi e\nciliegi. Caria, inoltre, era rinomata per l\u2019aria salubre, molto indicata per\nla convalescenza degli ammalati.<br>\nIn questo villaggio risiedevano, in\nalcuni periodi dell\u2019anno, molte famiglie benestanti di Tropea, di solito, per\ncontrollare i propri possedimenti.<br>\nCaria \u00e8 stato uno dei 23 Casali\ndipendenti da Tropea. Nei\nprimi anni del <strong>1800<\/strong> venne aggregato al Comune di Spilinga, al quale era\ncollegato da un ponte (andato distrutto). <\/p>\n\n\n\n<p>Dal <strong>1 gennaio 1812<\/strong> entr\u00f2 a far parte del\ncomune di Drapia. In questo periodo, la popolazione viveva d\u2019agricoltura e se\nanche c\u2019era un certo benessere le condizioni di vita non erano migliori che\naltrove.<br>\nAnche Caria ebbe i suoi briganti, tra\nloro si ricorda <strong>Antonio Speranza<\/strong>, che si rifiut\u00f2 di presentare servizio\nmilitare al nuovo esercito e altri che furono veri e propri fuorilegge.<br>\nI due tremendi terremoti, gi\u00e0 citati,\nsconvolsero l\u2019abitato, distruggendo diverse case e danneggiando gravemente la\nchiesa parrocchiale.<br>\nIl visitatore che giunge nel paese di\nCaria si immette per via <strong>Regina Elena<\/strong>, dove c\u2019\u00e8 un interessante\nedificio, oggi di propriet\u00e0 della famiglia <strong>Toraldo<\/strong>. Costruito agli inizi\ndel \u2018900 su una preesistente struttura settecentesca, nel\n1920 le sono state aggiunte le merlature che la fanno somigliare ad un\ncastello.<br>\nMolto particolari le bifore ogivali\ngoticheggianti e lo splendido balcone balaustrato, decorato con murature simili\na tende. Interessante da visitare il giardino.<br>\nLasciato il &#8220;<strong>castello di Caria<\/strong>&#8220;,\nc\u2019\u00e8 la chiesa di&nbsp;San Nicola. Di incerta origine,\ninizialmente era pi\u00f9 piccola, ma fu ampliata nella parte absidale alla fine del\nXIX secolo e benedetta nell\u2019anno&nbsp;1893. Funzion\u00f2 fino ai primi del\n\u2018900, quando fu rovinata dai terremoti del 1905 e del 1908. Successivamente fu\nutilizzata come sede dell\u2019asilo infantile e, in seguito, come monumento ai\ncaduti della guerra del 1915-1918. Attualmente la chiesa si presenta a navata\nunica con abside semicircolare. Da essa proviene una statua custodita nella\nchiesa parrocchiale.<br>\nContinuando per Via Regina Elena, dopo\npiazza Cavour, ci immettiamo per via Duomo per arrivare fino alla chiesa&nbsp;dedicata alla&nbsp;Trasfigurazione\ndi nostro&nbsp;Signore Ges\u00f9 Cristo.<br>\nL\u2019attuale chiesa parrocchiale di Caria\nfu edificata nell\u2019anno&nbsp;1677. In origine essa era pi\u00f9\npiccola. Infatti,&nbsp;tra il 1841 e il 1868,&nbsp;fu ampliata&nbsp;e le furono\napportate varie modifiche. Durante questi lavori venne sostituto l\u2019antico\ndipinto su tavola posto sull\u2019altare maggiore, con il quadro con la scena del\nmonte Tabor. <\/p>\n\n\n\n<p>Nel&nbsp;1820&nbsp;fu costruito il campanile.\nLa chiesa riport\u00f2 seri danni a causa dei terremoti dell\u20198 settembre 1905 e del\n28 dicembre 1908. Per diversi anni le funzioni religiose si svolsero nella\nchiesa di San Nicola. Nel 1914 ebbero inizio i lavori di ricostruzione:&nbsp;venne rifatto il\npavimento e parte della facciata principale. Nel 1945 fu demolito e ricostruito\nil campanile. Sette anni dopo fu ampliata la cappella di San Francesco di Paola\nper fare posto ad altri tre altari. Infine, nel&nbsp;1959,&nbsp;furono eliminati\nil pulpito e gli altari laterali.<br>\nAttualmente la chiesa \u00e8 un edificio di\nstile composito. Sulla facciata esterna, colore nocciola, si notano quattro\nlesene e una serie di fregi in stucco bianco. A destra, il campanile\nincorporato termina in una guglia. Ha pianta rettangolare a navata unica, con\nabside semicircolare e cappella laterale. Al suo interno, decorato con stucchi\nchiari e colonne possiamo trovare alcune pregevoli opere, quali: uno\nsplendido&nbsp;ciborio&nbsp;proveniente dal\nConvento di San Sergio e Bacco di Drapia, che dovrebbe risalire al&nbsp;\u2018700; una&nbsp;tela della\nTrasfigurazione di Ges\u00f9 Cristo sul monte Tabor, (riproduzione\nquasi integrale di quello custodito in San Pietro in Vaticano) del Petracca da\nRicadi, discepolo del Del Vivo da Napoli, (XIX sec.); una tela della&nbsp;Sacra Famiglia, insieme ai\nSanti Giacchino e Anna (1887); una teladella&nbsp;Madonna del\nCarmelo, con Sant\u2019Ignazio di Loyola (a destra) e San Nicola\n(a sinistra) (XIX sec); una tela dell\u2019Ultima Cena, (XIX sec); una statua&nbsp;di&nbsp;San Francesco di\nPaola&nbsp;(1870); una statua&nbsp;di&nbsp;San Nicola&nbsp;(XIX sec); una\nstatua dell\u2019Immacolata&nbsp;di Domenico Morizzi di\nTresilico d\u2019Oppido, (1864); un&nbsp;organo a canne&nbsp;costruito dalla\nbottega Petillo di Napoli (1870).<br>\nAttaccato alla chiesa parrocchiale c\u2019\u00e8\nl\u2019oratorio del SS. Sacramento e delle anime del\nPurgatorio&nbsp;di propriet\u00e0 della confraternita (vi si accede dalla\ntorre campanaria).<br>\nEdificata nel&nbsp;1788, nel corso dei\nsecoli sub\u00ec diversi interventi di ampliamento e ricostruzione. Attualmente \u00e8\nadibita a deposito.<br>\nE\u2019 una piccola chiesa a navata unica\ncon piccola cappella laterale, priva d\u2019abside e con volta a botte. Non ha\nparticolari pregi artistici, l\u2019unica cosa degna di qualche rilevanza \u00e8 l\u2019ottocentesca\ntela dell\u2019Ultima Cena, che un tempo si trovava\nsull\u2019altare e attualmente \u00e8 posta nella chiesa parrocchiale.<br>\nLasciato il piccolo oratorio,\nimmettendoci per <strong>Via Garibaldi<\/strong>, a sinistra della chiesa parrocchiale, a\ncirca seicento metri in discesa, attraverso una strada tra i campi, poco sotto\nl\u2019attuale sito di Caria, nel luogo detto &#8220;Santu Sidaru&#8221;, troviamo i\nresti dell\u2019antico monastero di&nbsp;Sant\u2019Isidoro.<br>\nSorto nel&nbsp;VIII&nbsp;secolo ad\nopera di asceti basiliani, il cenobio era addossato a una verde collina che\nsovrasta la Citt\u00e0 di Tropea. Durante scavi condotti intorno agli anni \u201960, sono\nvenute alla luce delle grotte, all\u2019interno delle quali sono state identificate\nvere e proprie tombe intagliate nella roccia. Probabilmente questi monaci\nvivevano in celle separate, riunendosi solo la domenica per la liturgia. Tutto\nil territorio intorno al Monastero \u00e8 ricco di grotte, da ci\u00f2 si deduce che\nquesti antichi monaci si allontanavano dal cenobio per meglio concentrarsi\nnella preghiera e nella contemplazione e vi rientravano per la lettura dei\nsalmi e per la sepoltura dei loro morti. Molte sono le tombe scoperte proprio\nnell\u2019area dove sorgeva l\u2019antico Monastero. Il sito ha sempre attirato\nl\u2019attenzione di noti archeologi, tra cui l\u2019insigne Paolo Orsi che lo ha\nvisitato e studiato.<br>\nRitornando indietro per la stessa\nstrada, immettendoci di nuovo per Via Garibaldi e Via Duomo, svoltiamo a\nsinistra verso Via Gallo e, proseguendo sempre dritti, arriviamo al bivio che\nci immette di nuovo nella strada Provinciale. Ad un centinaio di metri\narriviamo alla chiesetta della&nbsp;Madonna del Carmine.<br>\nEretta nell\u2019anno&nbsp;1897, da&nbsp;Giuseppe Pugliese, venne ampliata\nnell\u2019anno 1905 dal Pugliese grazie al contributo dei fedeli di tutta la zona.\nQuando i lavori furono quasi terminati sopravvenne il disastroso terremoto\ndell\u20198 settembre che la danneggi\u00f2 fortemente. I lavori di ricostruzione vennero\neseguiti nel 1907. Successivamente, nel 1953, fu commissionata una tela della\nVergine del Carmelo a Ignazio Sambiase di Pizzo, che decora il soffitto.<br>\nAi nostri giorni la chiesa \u00e8 a navata\nunica con abside semicircolare di stile composito e in muratura. N\u00e9\nall\u2019esterno, n\u00e9 all\u2019interno presenta particolari pregi artistici.<br>\nProseguendo sempre dritti per la Strada\nProvinciale, dopo circa un chilometro, arriviamo nei pressi della grotta\ndi&nbsp;San Leo.&nbsp;Del periodo medioevale era\nuna grotta monastica basiliana nella quale sono conservati diversi affreschi.<br>\nDi difficile accesso, ubicata sulle\npendici della fiumara Ruffa, in un luogo altamente scosceso, \u00e8 una delle poche grotte\neremitiche affrescate rimaste in Calabria.<br>\nProbabilmente, prese il nome\ndall\u2019eremita&nbsp;San Leo&nbsp;di Africo o di\nBova, santo calabro-greco, che quasi certamente visse nel X secolo.<br>\nAllo stato attuale, non presenta tracce\ndi muratura n\u00e9, tanto meno, di una delimitazione dell\u2019ingresso. Dall\u2019esterno\ndella stessa, si abbraccia con lo sguardo tutta la parte interna,\nsemicircolare, affrescata. Non rimangono tracce del pavimento. La parte\nsuperiore della grotta, piana, \u00e8 intonacata. La parete di fondo \u00e8 divisa in\ncinque quadri rettangolari, disposti verticalmente. Del primo affresco, che\nraffigura&nbsp;l\u2019adorazione dei Magi, rimangono\ndelle piccole porzioni. Il secondo affresco, che rappresenta un&nbsp;Santo Papa&nbsp;e reca\nl\u2019iscrizione S.C.P.M. (Santo C. Pontefice Massimo), si conserva ancora in\ndiscrete condizioni. Il terzo, che raffigura&nbsp;il Padre in trono\nbenedicente&nbsp;che sorregge dalle due estremit\u00e0 della croce\nil Figlio crocifisso, appare rovinato, ma quasi integro nel suo insieme. Il\nquarto affresco, che raffigura una&nbsp;Madonna sul trono con Bambino, culmina in\nalto con un arco schiacciato e rispetto ai primi tre appare in una posizione\npi\u00f9 elevata. Questi primi quattro affreschi, probabilmente del&nbsp;secolo XVI, sono\ncaratterizzati da una iconografia comune e delimitate ai lati da un cornicione\nblu. L\u2019ultimo affresco, il pi\u00f9 rovinato, non ancora ben decifrato, andrebbe\nstudiato pi\u00f9 attentamente. Secondo alcuni, riproduce l\u2019iconografia della&nbsp;deisis. Di esso si\nintravede appena l\u2019immagine di Cristo, molto rovinata dall\u2019umidit\u00e0, e pi\u00f9\nleggibile, una porzione superstite al taglio della parete effettuato al limite\ndel quarto affresco della Madonna. La composizione risulta schiacciata,\nfrontale, tipica dell\u2019iconografia bizantina e per il tema e per l\u2019esecuzione.\nTale affresco, perci\u00f2, \u00e8 decisamente precedente a quelli presenti sulla parete\ne pu\u00f2 essere ascritto al&nbsp;secolo XI.<br>\nPer quanto riguarda le sue dimensioni,\nessa era inizialmente pi\u00f9 grande: era larga 5 metri e alta 3 metri.<\/p>\n\n\n\n<p>Oggi le sue dimensioni variano: \u00e8 larga 4,7 metri e\nalta circa 2 metri. Purtroppo giace in uno stato di totale abbandono e\nnecessiterebbe di urgenti restauri.<br>\nNon lontano dalla grotta, nel vallone\ndove scorre la fiumara Ruffa, cresce una rarissima specie di felce,\nla&nbsp;Woodwardia radicans, appartenente\nalla famiglia delle Blechnaceae, che costituisce uno dei relitti pi\u00f9 antichi\ndella flora mediterranea.<br>\nRitornando sulla Strada Provinciale\nincontriamo i ruderi della residenza della famiglia Galli, la cosiddetta&nbsp;Torre Galli.<br>\nEdificata intorno alla met\u00e0 del XIX secolo,\nsu preesistenti edifici, venne abbandonata a causa di un incendio che la\ndistrusse quasi completamente rendendola inagibile.<br>\nIn tutta la zona nel&nbsp;1922-23&nbsp;sono stati\neffettuati&nbsp;degli scavi diretti\ndall\u2019insigne archeologo Paolo Orsi. In quell\u2019occasione \u00e8 stato rinvenuto un\nvasto insediamento dell\u2019et\u00e0 del ferro riconducibile al&nbsp;Xe al VI secolo\na.C.&nbsp;e, un po\u2019 pi\u00f9 in basso rispetto al nucleo abitativo,\nuna necropoli risalente allo stesso periodo, con ben 334 tombe (quasi tutte a\ninumazione in fossa), contenenti oggetti in bronzo, punte di lance e vasellame,\noggi esposti al museo di Reggio Calabria.<br>\nAltri scavi furono eseguiti a varie\nriprese tra gli anni \u201970-\u201980-\u201990 del XX secolo, dall\u2019archeologo Marco\nPacciarelli.<br>\nTra gli studi da lui compiuti, la\nscoperta dei pi\u00f9 antichi&nbsp;scarabei&nbsp;di produzione egiziana e\nlevantina rinvenuti nel Mediterraneo occidentale, indizio di precocissimi\ncontatti con navigatori provenienti dalle coste cipriote o del Vicino Oriente,\nprecursori dei Fenici, o Fenici essi stessi.<br>\nContinuando il nostro itinerario,\ngiunto ormai verso la fine, riprendiamo di nuovo la Strada Provinciale in\ndirezione di Caria.<br>\nGiunti a circa seicento metri da Torre\nGalli, ci immettiamo, dopo l\u2019ultima curva a destra, in una piccola stradina di\ncampagna. Percorriamo circa un chilometro e mezzo, prima che la strada continui\nin discesa e incontriamo, a sinistra della stessa, sul colle che sovrasta\nl\u2019abitato di Gasponi, i resti della chiesa della&nbsp;Madonna del\nCardillo.<br>\nNon sappiamo quand\u2019essa fu edificata.\nDovette essere una prebenda canonicale, come \u00e8 ricordato nella monografia della\nDiocesi di Nicotera e Tropea fatta dal Vescovo Taccone-Gallucci nel XIX secolo.\nLe prime notizie che la riguardano risalgono al 1451. Dalle stesse possiamo\nrilevare che la chiesa esisteva gi\u00e0 da qualche tempo. Nel secolo XIX fu\nabbandonata e destinata ad uso profano.<br>\nAttualmente consta di un solo ambiente\ndi forma rettangolare (diviso in seguito in due vani), le pareti sono in pietra\ngranitica e calcare ricoperti da intonaco. La porta principale d\u2019accesso ha\nforma d\u2019arco a tutto sesto ed \u00e8 costruita in conci di pietra tufacea.<br>\nSempre nella zona, da visitare tra le\nlocalit\u00e0 Sant\u2019Agata, Barone, Riaci e &#8220;Petti di Gasponi&#8221;, i resti di grotte\nche ospitarono una comunit\u00e0 basiliana rupestre, di cui per\u00f2 non siamo certi\ndel nome. Sul periodo della sua edificazione non abbiamo notizie certe: \u00e8\nsicuramente del periodo medioevale (fine del periodo bizantino). Di esso ci\nrimangono tracce solo delle <strong>grotte eremitiche<\/strong>.<br>\n<br>\n<\/p>\n\n\n\n<p>Intorno a queste grotte si notano ancora, in tutta\nla zona, numerose incisioni tombali nella pietra dovute alla consuetudine di\nseppellire i morti intorno alle grotte dei monaci.<br>\nLe persone ivi sepolte erano adagiate\ncol capo verso il tramonto e recavano un\u2019anfora di terracotta vicino la testa. I\nsepolcri contenevano scheletri umani, corredi funebri e anfore in terracotta e\nsono conosciute come &#8220;<strong>tombe saracene<\/strong>&#8220;.<br>\n&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>BIBLIOGRAFIA<\/p>\n\n\n\n<p>1. Archivio parrocchiale di Brattir\u00f2.<br>2. E. Barillaro &#8220;Calabria guida artistica e archeologica&#8221;, Cosenza 1972.<br> 3. G. Barrio &#8220;De antiquitate et situ Calabriae&#8221; , Roma 1571<br> 4. P. D\u2019Agostino &#8220;Appunti per una ricerca su Tropea e i suoi casali nell\u2019et\u00e0 moderna&#8221;, in &#8220;La Calabria dalle riforme alla restaurazione&#8221;, atti del VI congresso storico calabrese vol.II, Chiaravalle centrale 1981.<br> 5. L. De Rito &#8220;La diocesi di Tropea durante il Medioevo&#8221; (tesi di laurea inedita).<br> 6. L. De Rito &#8220;Drapia cenni storici&#8221;, Drapia 1970.<br> 7. S. Di Bella &#8220;Grano-Mulini-Baroni nella Calabria moderna e contemporanea&#8221;, Cosenza 1979<br> 8. G. Fiore &#8220;Della Calabria illustrata&#8221;, tomo I, Napoli 1691.<br> 9. G. Fiore &#8220;Della Calabria illustrata&#8221;, tomo II, Napoli 1743.<br> 10. G. Locane &#8220;Promemoria spostamento abitato Gasponi di Drapia&#8221; (appunti dattiloscritti inediti).<br> 11. S. Locane &#8220;Composizione di notizie storiche su Gasponi, dalle origini al 1700&#8221;, Gasponi 1978.<br> 12. S. Locane &#8220;Notizie storiche sull\u2019antico monastero di Sant\u2019Arcangelo della zona in Gasponi&#8221;, Gasponi 1978 (dattiloscritto inedito).<br> 13. A. Mazzitelli &#8220;Notizie storiche su Caria e i suoi abitanti&#8221; Caria 1969.<br> 14. F. Melidoni, archivio parrocchiale di Gasponi.<br> 15. D. Minuto- S. Venoso, &#8220;Chiesette medioevali calabresi a navata unica&#8221;.<br> 16. D. Minuto-G. Pontati-S. M. Venoso: &#8220;Due chiesette a navata unica e una grotta nel catanzarese&#8221;, Miscellanea di studi in onore di P. Marco Petta per il LXX compleanno III, a cura di: Augusto Acconcia Lango-Santo Luc\u00e0- Lidia Perria , Estratto da&#8221;Bollettino della badia greca di Grottaferrata&#8221; nuova serie vol. XLVI-1992-gennaio-giugno [dicembre 1993].<br> 17. M. Paladini &#8220;Notizie storiche sulla citt\u00e0 di Tropea, riedito dal comune di Drapia 1984.<br> 18. Placanica &#8220;Storia della Calabria dall\u2019antichit\u00e0 ai giorni nostri&#8221;, Roma 1999.<br> 19. D. Pugliese &#8220;Parentele e matrimoni in un paese della Calabria: Brattir\u00f2 (tesi di laurea inedita)<br> 20. F. Pugliese, &#8220;La pittura in Tropea e l\u2019opera di Giuseppe Grimaldi&#8221; (dattiloscritto a cura di Michelangelo Pugliese).<br> 21. F. Pugliese &#8220;Tropea e la sua terra, guida alla visione per il turista&#8221;, Tropea 1974.<br> 22. Registro dello stato patrimoniale della parrocchia di Drapia 1960.<br> 23. F. Russo &#8220;Storia della Chiesa in Calabria dalle origini al concilio di Trento&#8221;, vol I, Soveria Mannelli 1982.<br> 24. F. Russo &#8220;Regesto vaticano per la Calabria&#8221;, vol. I, Roma 1974.<br> 25. F. Russo &#8220;Regesto vaticano per la Calabria&#8221;, vol. II, Roma 1975.<br> 26. F. Russo &#8220;Regesto vaticano per la Calabria&#8221;, vol. III, Roma 1977.<br> 27. F. Russo &#8220;Regesto vaticano per la Calabria&#8221;, vol. IV, Roma 1978.<br> 28. P. Russo &#8220;Appunti per una ricerca di storia demografica sociale ed economica su Tropea e il suo territorio nel settecento&#8221;, in &#8220;La Calabria\u2026 opera citata.<br> 29. F. Sergio &#8220;Cronologica collectanea de civitate Tropea eiusque territorio&#8221;, ristampa anastatica dell\u2019originale manoscritto del 1720, Napoli 1988 (a cura di P. Russo).<br> 30. F. Vecchio &#8220;Monachesimo Basiliano in Calabria, Vibo Valentia 1992.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>DRAPIA A5 km da Tropea, nella provincia di Vibo Valentia, sorge, a ridosso di una lussureggiante collina, il pittoresco paese di Drapia.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":0,"menu_order":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":{"footnotes":""},"tags":[],"class_list":["post-311","page","type-page","status-publish","hentry"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.prolocodrapia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/311","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.prolocodrapia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.prolocodrapia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.prolocodrapia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.prolocodrapia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=311"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.prolocodrapia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/311\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":313,"href":"https:\/\/www.prolocodrapia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/311\/revisions\/313"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.prolocodrapia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=311"}],"wp:term":[{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.prolocodrapia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=311"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}