Il Territorio

DRAPIA

A5 km da Tropea, nella provincia di Vibo Valentia, sorge, a ridosso di una lussureggiante collina, il pittoresco paese di Drapia.
Il viaggiatore che, lasciata la città di Tropea, si dirige lungo la strada provinciale per Vibo Valentia, appena dopo 3 km, al primo bivio svolterà a sinistra e, dopo aver percorso altri 2 km, attraversato l’abitato di Gasponi, arriverà dritto al paese di Drapia.

Le origini e la storia
Probabilmente il primo nucleo del paese dovette sorgere in età prebizantina, prendendo il nome dalla vicina città di Tropea, storpiato col tempo in Drapea e oggi in Drapia. L’origine del toponimo potrebbe essere legato al fatto che, in quel periodo, tutto il territorio intorno a Tropea faceva parte della Massa Trapeas (masseria tropeana), di proprietà della Chiesa Romana, costituita da grandi concentrazioni di latifondi contigui, case coloniche, greggi, chiese e monasteri.
A capo di essa vi era un Rettore, nominato direttamente dal Papa, il quale delegava l’amministrazione ad un “conductor” (conduttore) il quale aveva il compito di riscuotere gli affitti dei coloni che occupavano le diverse terre in cui la massa era suddivisa.
Con molta probabilità, i primi abitanti del paese dovettero essere gruppi di popolazione non stabile, appunto coloni, che col tempo andarono a costituire un vero e proprio villaggio.
L’abitato si estese durante il periodo bizantino quando, nell’anno 700, fu edificato il monastero greco di San Sergio e Bacco e intorno al IX secolo, quando la città di Tropea fu liberata dalle mani dei pirati islamici dal generale Niceforo Focas (poi detto il Vecchio) mandato nell’885 dall’imperatore bizantino Basilio I il Macedone a riconquistare tutto il sud d’Italia che era schiacciato dalla pressione araba e longobarda. Come dice il Fiore questi pirati, dopo essere stati scacciati dalla città, si rifugiarono verso l’interno fondando diversi villaggi e probabilmente incrementando quelli già esistenti.
Alla dominazione bizantina si sostituì quella normanna, causa ed effetto di notevoli sconvolgimenti, sia in campo economico-strutturale con l’introduzione del sistema feudale, sia in campo culturale con la sostituzione della liturgia della lingua greca con quella latina.
Al dominio normanno successero quello svevo, angioino e aragonese.
La fine del medioevo e l’inizio dell’età moderna fu un periodo particolare, caratterizzato cioè da abbondanti produzioni grazie al lavoro dell’uomo, ma innanzitutto alla ricchezza del terreno. La grande fertilità dei campi e quindi l’insieme delle culture agricole del luogo sono presenti nell’emblema del paese, formato da tre spighe di grano, un monte verde, una spada e una scimitarra incrociate a simbolo della lotta che in epoca passata i drapiesi dovettero sostenere contro i pirati saraceni.

In questo periodo Drapia è uno dei 23 Casali dipendenti da Tropea. Dal capoluogo, i casali erano considerati “università (comuni) rurali”, ma dipendevano in tutto e per tutto da Tropea. A capo di essi vi era un “amministratore sindaco” nominato dai sindaci della Città capoluogo, il cui compito essenziale era la riscossione delle tasse. Non poche volte questi villaggi si coalizzarono per ribellarsi al capoluogo che li opprimeva al pagamento di grosse somme.
A differenza del ‘6oo che per la Calabria è stata un’epoca di forte crisi, a tal punto da farla regredire di molto rispetto ai secoli precedenti, il ‘7oo fu un periodo florido.
A Drapia, in questo periodo, abbondavano vino, frutta d’ogni genere, olio e legumi; fiorente era anche il commercio con molti paesi del regno di Napoli, con lo Stato Pontificio e il Veneto. Essendo gente industriosa, la gente di Drapia fu la prima nel circondario di Tropea a dare vita all’industria serica, del lino e del cotone.
La fiorente economia e quindi gli affari che andavano a gonfie vele convincevano i tanti nobili di Tropea, proprietari di molte terre nei 23 Casali e quindi di gran parte della produzione, a soggiornare spesso in questo villaggio.
Nel XIX secolo, con la fine del controllo di Tropea sui Casali e con l’arrivo di Napoleone, vi fu uno sconvolgimento radicale dell’amministrazione di tutto il regno il cui assetto amministrativo veniva completamente ridisegnato.
Nel 1812 fu ufficialmente istituito il Comune di Drapia e ad esso furono aggregate le frazioni di Gasponi, Brattirò e Caria.
In quegli anni il paese comprendeva, oltre alle case di campagna, quattro quartieri: Canchi, Carcara, Celsi e Stretto. Le principali risorse erano date dal commercio e dall’artigianato locale e se anche le condizioni di vita erano migliori di altre località, non possiamo certo ritenerle floride.
L’unità d’Italia, agli inizi, portò con sé tutta una serie di gravi conseguenze: il brigantaggio e l’emigrazione, con il conseguente svuotamento di tutti i paesi del sud. I drapiesi emigrarono in massa, all’estero e in molte città del nord Italia.
Il XX secolo è stato caratterizzato innanzitutto da una serie d’avvenimenti che sconvolsero in modo radicale la vita del piccolo paese, a cominciare dai primi anni con i catastrofici terremoti dell’8 settembre 1905 e del 28 dicembre 1908. Oltre agli ingenti danni causati alle abitazioni, lo sconforto creatosi tra i cittadini fu talmente lacerante che obbligò ancora una buona parte a scegliere la strada dell’emigrazione. I segni di una mancata ripresa economica favorita dal lavoro dei campi, così come c’era stata in altri periodi, ma anche una auspicata espansione urbana è tutt’oggi leggibile tra le stradine e le case che parlano di un tempo dimenticato e molto remoto.

Visitare il comune di Drapia


La visita ha inizio dai mulini ubicati lungo la fiumara Brummaria che scorre in una gola vicino all’abitato di Drapia. Prima di arrivare in paese, a destra del ponte sulla detta fiumara, incontriamo il primo dei mulini, quello De Rito. Questo mulino è ad un solo livello, in pietra granitica locale con volta a botte costruita in conci di pietra parzialmente squadrata disposta a coltello. Particolare è la “saitta” a forma di tronco conico, che differisce da tutti gli altri presenti nella zona a tal punto da rendere la costruzione peculiare come tipologia. Oltre al locale per la molitura, ne troviamo un altro destinato al “ricovero dell’asino”. Risalente probabilmente al periodo medioevale, subì vari interventi di ristrutturazione nel ‘700 e nel ‘800.
Attualmente il mulino giace in pessime condizioni ed è inagibile.
Salendo verso il colle, a poche centinaia di metri, immettendosi per una stretta stradina, incontriamo il “mulino Loiacono” risalente allo stesso periodo di quello De Rito, ed è ancora in attività. E’ costruito su un solo livello in pietra granitica locale e ha una copertura a volta a botte, in conci di pietra disposti a coltello.
Continuando verso il paese, il nostro itinerario prosegue con la Chiesa della Madonna del Carmine, ubicata all’inizio dell’abitato davanti al municipio. Attualmente è inagibile e chiusa al culto. La sua fondazione risale al 1890 e fu edificata da Michele Mazzitelli. Consta di un unico ambiente di forma rettangolare privo d’abside. Il lato che prospetta sulla strada poggia su due gradini e reca sui propri stipiti un paramento in blocchi di pietra granitica.
Proseguendo per il caratteristico Corso Umberto I, un tempo totalmente pavimentato in pietra e purtroppo coperto nel secolo passato con asfalto, camminando tra antichi palazzi decorati con splendidi portali e balconi in granito e pietra tufacea, si incontra la Chiesa dell’Immacolata Concezione che è l’attuale chiesa parrocchiale di Drapia. Non conosciamo quando essa fu edificata, ma doveva già esistere nel ‘500. Nel corso dei secoli subì vari interventi, a conferma di ciò, negli anni ’60, durante gli scavi compiuti per la sostituzione del pavimento, sono state portate alla luce le fondamenta di un edificio più piccolo.
In quel primo periodo, la chiesa era dedicata a San Pietro Apostolo, successivamente assunse il titolo di Chiesa dell’Immacolata Concezione.
La costruzione dell’attuale abside risale alla fine dell’800.
Il terremoto del 1908 fu causa di danni in parte irreparabili; il soffitto, crollato completamente, venne ricostruito in legno e coperto di tela, ma solo trent’anni dopo furono possibili interventi definitivi di restauro.
La chiesa si presenta oggi di forma rettangolare con abside semicircolare e la volta a botte. La facciata con timpano è decorata con un rosone in vetro colorato e ferro battuto. Il campanile a pianta quadrata è decorato da monofore e pseudo monofore ogivali. Al suo interno, di stile composito con stucchi e marmi di pregevole fattura, possiamo trovare diverse opere degne di rilievo, tra cui il ciborio (XVII sec.); la statua lignea della vergine Immacolata, in stile liberty (XIX sec.), di San Michele Arcangelo (XIX sec.), di Santa Domenica (che si dice proveniente dal convento di San Sergio e Bacco) (XVII sec.), di San Nicola (1897); una tela dell’ultima cena (probabilmente proveniente dal convento di San Sergio e Bacco) di Domenico Finoglia da Napoli (1670); una tela raffigurante la deposizione di nostro Signore Gesù Cristo (copia di un quadro più grande che si trova nella Cattedrale di Perugia), di Vincenzo Basile (XIX sec.); una tela della Madonna del Carmelo, con San Nicola (a destra) e San Francesco di Paola (a sinistra) di F. Bagnati (1840).
Attaccato alla chiesa parrocchiale, si trova l’oratorio di San Michele, di proprietà della confraternita.

Non sappiamo quando esso fu edificato, ma dovette sicuramente subire delle modifiche nel corso dei secoli. Al suo interno si possono trovare diverse opere d’arte; un ciclo d’otto tele che raccontano la vita di Maria: la natività di Maria (XIX sec); la presentazione al tempio di Maria (XIX sec.); lo sposalizio di Maria e Giuseppe (XIX sec.); l’annunciazione (1800); il miracolo della verga, (XIX sec.); la natività di Gesù, (XIX sec.); l’adorazione dei Magi (1808); l’incoronazione di Maria (1809). Si trovano altresì: una tela dell’arcangelo Raffaele (XIX sec.); un quadro rappresentante l’angelo custode (XIX sec); una tela di Santa Domenica di Vincenzo Basile (1848); una tela di Sant’Antonio di F. Bagnati (1840); una statua della Madonna del Carmelo (proveniente dalla chiesa, ora abbandonata, a lei dedicata) (XIX sec.); parte di un coro ligneo parzialmente distrutto.

Continuando la visita al centro storico di Drapia, dopo aver percorso tutto il Corso Umberto I, arrivati in Piazza IV Novembre, continuando sempre dritti, dopo un breve tratto in discesa, arriviamo ad una piccola edicola dedicata a San Sergio Martire, che ricorda l’antico monastero che sorgeva nelle vicinanze e del quale sono ancora visibili i resti. Il monastero era ubicato nella valle tra Drapia, Alafito (poi andato distrutto) e Zaccanopoli. Fu edificato nell’anno 700 dai basiliani, quale monastero di San Sergio e Bacco. Il cenobio fu meta di vari santi penitenti. Era fornito d’orto, di un proprio boschetto e di una fonte d’acqua salubre (che scorre ancor oggi) detta “Vardaro“.
Sempre meta di pellegrinaggi da parte dei cittadini di Tropea, nell’anno 1221, con una bolla di Onorio III, il monastero ricevette una visita particolare, quella di due delegati apostolici, cioè del Vescovo di Crotone e dell’Abate di Grottaferrata. Avanti negli anni i basiliani lo abbandonarono perché l’edificio stava andando in rovina per il cedimento del sottosuolo. Dopo essere stato riparato, il vescovo di Tropea, Nicolò Acciapaccia, nell’anno 1421, lo consegnò ai Francescani, che lo rifondarono come Convento di San Sergio e Bacco. Proprio in questo periodo vi fu guardiano San Bernardino da Siena. Per secoli si conservò nel convento lo scudo che il santo portava con sé nelle sue missioni. Successivamente, il terremoto del 5 febbraio 1783 lo distrusse in maniera tale che ai giorni nostri non rimangono che pochi ruderi, qualche quadro, una statua di Santa Domenica, conservati nella chiesa parrocchiale di Drapia e il tabernacolo, che fu trasportato nella chiesa parrocchiale di Caria.
Ritornando indietro verso Piazza IV Novembre e proseguendo dove l’abitato confina con le campagne, troviamo la cappella della Madonna del Carmine.
Inizialmente, nel 1861, ci doveva essere un’edicola dove era venerata la Vergine del monte Carmelo e dove, col tempo, nell’anno 1908 fu edificata l’attuale cappella. La devozione del popolo è tale che, nell’anno 1991, fu restaurata integralmente. Ha forma rettangolare senza abside e le mura sono
completamente intonacate. Non presenta nessun pregio artistico. Di qualche rilevanza artistica è la pittura dipinta su maiolica, rappresentante la Vergine del Carmelo, custodita al suo interno (1861).
Ripercorrendo la stessa strada, girando a destra al bivio continuiamo la nostra visita dirigendoci verso Gasponi.

Sorto probabilmente in età prebizantina, col nome di Chespanum o Chespano, inizialmente Gasponi si dovette sviluppare nella parte antica dell’attuale paese e in prossimità del fiumicello Cheo (ora torrente Lumia) dal quale, secondo il Barrio, successivamente l’abitato prese il nome. E’ probabile che il paese sorse nell’ambito degli insediamenti rurali nella già citata “masseria tropeana” come gruppi di popolazione non stabile, che col tempo andò a costituire un vero e proprio villaggio.
L’abitato dovette accrescersi nel periodo bizantino e ulteriormente intorno al IX secolo quando, come ci dice il Fiore, furono fondati molti villaggi della zona.
Gasponi, così come fu per Drapia, visse sotto la dominazione normanna sostituitasi a quella di Bisanzio e subì le conseguenze del cambiamento in ogni settore, sia economico che culturale.
Nel ‘5oo Gasponi faceva parte dei 23 Casali di Tropea. Era un centro agricolo dove abbondava la produzione dell’olio alternando periodi di floridezza e crisi.
Il secolo successivo si presenta addirittura come un periodo di completo regresso: l’economia non risponde né al lavoro dell’uomo né alla fertilità dei campi e questo fu causa di un inevitabile decremento demografico. Come se ciò non bastasse, sempre nel ‘600, Gasponi che pure disponeva di tre Torri per la difesa del suo territorio, era impegnata per la difesa contro le continue incursioni piratesche.

Le Torri avevano la funzione di avvertire la popolazione, con fuochi o suono di campana, a seconda dell’ora del pericolo ed erano dislocate in vari punti strategici lungo il territorio:

  • la prima era nel tratto del paese chiamato”avanzi a turri“;
  • la seconda sulle pendici della località detta S. Angelo nella zona detta “turretta“;
  • la terza sulla collina che s’innalza alle spalle del paese nella contrada detta “Marcea“.

Non conosciamo quando esse furono costruite ma, considerando i materiali costruttivi e che erano Torri quadrate, possiamo farle risalire al “Periodo Viceregnale”  (periodo in cui il regno di Napoli fu sotto il dominio spagnolo e per breve austriaco, anziché esserci un re vi era un viceré, un nobile potente che svolgeva le funzioni di sovrano, questo periodo durò dal XVI secolo fino al 1734, quando Carlo di Borbone conquistò il Regno di Napoli e fondò la dinastia Borbone-Napoli).

Della loro esistenza non rimangono che pochi ruderi a causa dei continui terremoti che si sono succeduti e all’incuria della gente.

Il ‘7oo fu, in grandi linee, un periodo di benessere per Gasponi con abbondante produzione di verdura, cereali, ulivi e frutta d’ogni genere. Vi si coltivava il lino e le piante di cotone ed era praticata la produzione ed il commercio della seta.
Vi era abbondanza d’acqua che veniva utilizzata per l’irrigazione dei campi e che andando verso valle, alimentava alcuni mulini. Vi era, inoltre, una fonte che forniva ottima acqua in quantità. Molti nobili di Tropea erano soliti risiedere in questo villaggio.

Nel 1812, Gasponi entrò a far parte del Comune di Drapia, insieme alle frazioni di Caria e Brattirò.
Nel paese, in questo periodo, l’attività prevalente era l’agricoltura e se anche nella nostra zona vi era un relativo benessere, le condizioni di vita non si possono ritenere certo migliori che altrove. A ciò si aggiunse l’unità d’Italia con tutte le sue conseguenze, dal brigantaggio che diruppe violentemente, all’emigrazione causata dalle cattive condizioni in cui si era costretti a vivere.

Il secolo XX fu un periodo di sconvolgimento radicale sin dagli inizi. Infatti, in seguito al terremoto dell’8 settembre 1905 e del 28 dicembre 1908, che distrusse gran parte dell’abitato di Gasponi, molti abitanti rimasero senza tetto. Per essi si costruirono circa cento baracche ed essendo la chiesa parrocchiale gravemente danneggiata in quegli anni fece da chiesa una baracca di legno. Il regio decreto (convertito poi in legge) stabiliva, fra gli altri articoli, che la costruzione per l’ampliamento dell’abitato doveva essere fatta nella contrada S. Angelo. Nel 1914 il Genio Civile dava inizio alla pratica dello spostamento per disposizione del Ministero Direz. Gen. dei servizi speciali. Successivamente per l’opposizione della popolazione, il progetto fu abbandonato e l’ampliamento si fece vicino al vecchio centro abitato.
Nel paese di Gasponi, appena lasciata Drapia, percorriamo viale Che Guevara e giriamo al bivio a sinistra. Dopo aver percorso per un breve tratto via Cesare Battisti, arriviamo in Piazza Giovanni XXIII, dove il nostro itinerario prosegue con la visita alla chiesa di Sant’Acendino Martire.
Attuale chiesa parrocchiale fu iniziata nel 1935 dall’opera interdiocesana per le chiese terremotate di Calabria e ultimata soltanto nel 1957 a causa di varie vicissitudini. Ha assunto il suo presente aspetto tra gli anni ’60 e ’70. L’esterno, come l’interno, è di stile romanico. Sulla facciata, con timpano, si notano due lesene e il portale sovrastato da uno stemma. A destra si innalza il campanile, a pianta quadrangolare. Nel suo interno, a navata unica con abside semicircolare decorato da una serie di lesene che si congiungono nel catino, si possono trovare pregevoli opere provenienti, per la maggior parte, dalla precedente chiesa. Tra esse il ciborio (XVIII sec.); una tela raffigurante la Vergine del Carmelo tra gli angeli i Santi Acendino e compagni (a sinistra) e San Carlo Borromeo (a destra) (XVII-XVIII sec.); un crocifisso ligneo (XVIII sec.); una scultura lignea della beata Vergine del SS. Rosario attribuita a De Lorenzo di San Pietro di Caridà (XVII sec.); una scultura lignea di San Nicola (XVIII sec.); una scultura lignea di Sant’Acendino di Corrado Rungaldi d’Ortisei (Bolzano) (1969); una tela raffigurante la Sacra Famiglia, Santa Elisabetta e San Giovanni Battista eseguita da Pietro Chiapparo (pittore tropeano) (1888); un armonium (o armonio) di A. Dobois di Parigi, (primi del ‘900). Inoltre sono conservate una statua lignea della Madonna addolorata (XVIII sec.); una piccola riproduzione della Madonna di Romania di Pietro Chiapparo (1890).
Lasciata la chiesa di Sant’Acendino, continuando sempre dritti per via Michele Bianchi, dopo pochi metri, giungiamo alla chiesa di Santa Domenica.
Attualmente sconsacrata, probabilmente fu edificata nel periodo medioevale. Funzionò per qualche centinaia d’anni. Dopo qualche tempo d’abbandono fu riconsacrata il 7 novembre 1729 (o 1709), ma in seguito fu di nuovo abbandonata e quindi adibita a frantoio. L’attuale edificio consta di due ambienti rettangolari in asse fra loro, di diverse dimensioni: il piccolo fungeva da santuario, senza abside, il più grande da navata unica. Essi sono separati da un arco a tutto sesto, ampio per tutta la dimensione della larghezza del santuario. Sopra la chiave dell’arco sporge una mensola in pietra usata come probabile sostegno del Crocifisso, oggi asportato. Il soffitto è ligneo. Le mura sono intonacate e, a causa di ciò, non è possibile una lettura più precisa della struttura. Ha diverse aperture che danno attualmente su ambienti adiacenti alla chiesa, tranne quella occidentale che dà sulla strada.
Proseguendo per Via Michele Bianchi, dopo qualche metro, ci troviamo un piccolo piazzale, dal cui angolo sinistro, attraverso una piccolissima viuzza, si accede al luogo denominato “avanz’a turri”, i cui resti sono stati precedentemente citati. Ritornando indietro, svoltando per Via Torre e percorrendo la piccola Via Chiesa costellata di antichi palazzetti, arriviamo nel cuore del centro storico dove c’è la chiesa dedicata ai Santi Acindyno (o Acendino), Anempodisto, Aftonio, Elpideforo e Pegasio, compagni Martiri di Persia, di cui è ancora integra la facciata. Non sappiamo quando essa fu edificata, ma doveva esistere già nel medioevo. Nei secoli subì vari interventi di modifica e ampliamento. Inizialmente era di modeste dimensioni e probabilmente nel 1593 fu modificata e ampliata, assumendo la sua attuale forma. Ulteriori interventi all’esterno ed all’interno si ebbero nel 1724 e poi nel 1892, anno in cui fu ricostruito il campanile. I terremoti dell’8 settembre del 1905 e del 28 dicembre 1908 la distrussero quasi completamente, tant’è che crollarono la facciata esterna principale, il tetto e la volta, inoltre il pavimento sprofondò ricoprendo la cripta. In quel periodo funzionò come chiesa una baracca di legno. Dopo molte peripezie, con l’aiuto dei fondi statali e con la partecipazione del popolo, la chiesa fu riedificata, ma senza particolari attenzioni, tant’è che appena qualche anno dopo veniva dichiarata pericolante dai funzionari statali e si iniziava la costruzione di una nuova chiesa. Proseguendo per qualche metro per Via Chiesa, girando a sinistra immettendoci in piazza Oh-Chi-Min e poi di nuovo per Via Cesare Battisti a un centinaio di metri arriviamo all’ ”oratorio della confraternita “ dedicato al SS. Redentore.

Edificato nel 1724, fu ampliato e riconsacrato il 13 febbraio 1911.
E’ una piccola cappella di forma rettangolare, a navata unica, senza abside. La facciata è romanica ed è abbellita da quattro lesene con capitello. Sul portone ha una finestra a lunetta. In alto c’è una struttura campanaria in mattoni. E’ costruita in muratura di pietra calcare e pietra granitica, con soffitto in legno e copertura a due falde con struttura portante in legno e manto di copertura in coppi di laterizio.
Continuando per Via Cesare Battisti, arriviamo al bivio che ci immette sulla strada da cui è iniziata la visita. Ripercorrendola, continuiamo sempre dritti lasciando l’abitato e, dopo circa un chilometro, girando a sinistra, al primo bivio e a quello successivo a destra, si entra nella contrada Sant’Angelo facente parte del territorio parrocchiale di Gasponi. All’interno di Villa Felice c’è la chiesa che in passato faceva parte di un monastero tra i più antichi della Calabria. Non si sa di preciso quando esso fu eretto, ma certo era di origini antichissime. Sorto inizialmente col nome di San Lorenzo in seguito si chiamò di Sant’Arcangelo. In questo primo periodo doveva essere una fondazione prebenedettina. L’antico monastero traeva in affitto una piccola terra di proprietà della Chiesa Romana e facente parte della Massa (masseria) tropeana che nel 400 d. C. era guidata da Irene “conductrix” (conduttrice) e probabilmente da suo marito. Il notaio Pietro ed un certo numero di diaconi e suddiaconi o “difensores” avevano il compito di amministrare le tenute di questi luoghi avendo anche potere sulle persone che le ricevevano in affitto. Queste mansioni erano coadiuvate da un Rettore (da cui tutti dipendevano) nominato dal Papa. La massa era formata da molte proprietà con case coloniche (che col tempo andarono a formare veri e propri villaggi), greggi ed attrezzi ed era fornita di una chiesa, di un oratorio e probabilmente di un’osteria. Nel 591 il papa Gregorio Magno scriveva al notaio Pietro e gli ordinava di diminuire il canone annuale ai monaci del Monastero di Sant’Arcangelo che pagavano per l’affitto della tenuta suddetta. Sempre dallo stesso epistolario veniamo a conoscenza che nel 595 il cenobio si trovava in gravi condizioni a causa delle incursioni barbariche. Nel 596 fu egumeno Massimiano (nativo di Tropea).
Fu grecizzato nel secolo VIII quale monastero greco di Sant’Angiolo.
Nell’anno 1265 era egumeno Ioannicchio. Nel 1300 fu visitato da Barnaba da Corsara e nel 1477 Atanasio Calcepilo, Vescovo di Gerace, lo trovò in cattive condizioni. Nel 1324 era egumeno Cipriano a cui successe nel 1350 Nicodemus Fazzali. I basiliani occuparono il monastero di Sant’Angiolo fino al XV secolo, dopo di che fu dato in commenda. Per tutto il 1600 l’edificio si conservò nelle condizioni originali. Nei primi anni del 1700 vi furono alcuni restauri ordinati dal Vescovo di Tropea il quale fece anche costruire, annessa alla chiesa, una casa estiva per sé e per il seminario.
Per quanto riguarda il monastero, gli avanzi tardo-romanici si conservarono fino al 1955, epoca in cui fu costruita la nuova Villa Felice.
L’attuale chiesa di San Michele Arcangelo presenta una pianta a croce greca con cupola di origine bizantina, affiancata da due campanili di singolare effetto orientaleggiante. All’interno possiamo trovare pregevoli opere quali una tela raffigurante l’Arcangelo San Michele di Nicola Menzele da Napoli (XVIII sec.); la base dell’altare e una mensola finemente intarsiate risalenti al ‘7oo (periodo del restauro).

Dal monastero proviene un “enkolpion” a forma di croce fusa in bronzo trovata durante la costruzione della nuova Villa Felice quando, nel gettare un vecchio muro, si trovarono due ossari ed in uno di questi tra i poveri resti umani ormai ridotti a frammenti si recuperò anche la croce di bronzo. Si tratta del lato anteriore di una crocetta pettorale eseguita in fusione con figura a bassorilievo raffigurante il Crocifisso. Nel complesso il lavoro appare rozzo nella fattura e dovrebbe risalire al 600-700.

Attualmente è conservata nel tesoro della Concattedrale di Tropea.
Ritornando indietro, girando a destra, continuando sulla strada che da Tropea va a Vibo Valentia, dopo circa un chilometro, si incontra il “bivio di S. Agata”.

Svoltando a destra si giunge, dopo qualche chilometro, a Brattirò.

Il paese di Brattirò è sorto probabilmente in età bizantina tra il X e l’XI secolo col nome di Britarium o Britario nella parte antica dell’attuale paese detta “vajuni“, sulle sponde dell’antico fiume che gli scorreva vicino (ora prosciugatosi). Questo primo nucleo era formato da un gruppo di casupole di “bresti” (blocchi di paglia e fango cotti al sole).


Brattirò subì le dominazioni normanna, dopo l’impero di Bisanzio, sveva, angioina e aragonese.
Durante il periodo aragonese, alla pacifica popolazione del posto, che viveva di pastorizia e agricoltura, si unì verso il 1300 una schiera di briganti assoldati dagli stessi aragonesi per combattere gli angioini.

I suddetti briganti, distrutta Aramoni, centro abitato sul Poro (a qualche chilometro da torre Galli), si spinsero nei villaggi circostanti saccheggiandoli senza pietà. Molte suppliche furono fatte a re Carlo V affinché intervenisse contro quell’orda. Finalmente, nel 1303, il re ordinò che tutti i valichi del Poro fossero presidiati e che tutti i Rumbuli (il nome dei briganti) fossero annientati. Un solo bambino scampato al massacro e allevato a Brattirò divenne il progenitore dei diversi rami dei Rombolà, ancora esistenti nella Regione.
Nel ‘5oo Brattirò faceva parte dei 23 Casali dipendenti da Tropea. Visse periodi di ostentata floridezza, ma spesso fu sottoposta alla crisi economica conseguenza di vari fattori sia sociali che ambientali. Il territorio circostante era comunque ricco d’ogni genere di frutti, di cereali, legumi, vigneti, oliveti e piantagioni di gelso. Si produceva molto vino, olio, mais, ciliegie, mandorle. Tra gli abitanti molti svolgevano il lavoro di mulattieri o d’asinai, portando a Tropea legna da vendere. Inoltre abbondava il cotone che cresceva spontaneamente.

Molti nobili di Tropea per vigilare sui loro possedimenti e per stare lontani dal rumore della Città spesso risiedevano in questo villaggio.
Agli inizi dell’‘800 il villaggio di Brattirò venne aggregato al Comune di Ricadi e, dal 1 gennaio 1812, entrò a far parte del Comune di Drapia.
La nostra visita, a Brattirò, comincia con la chiesa dedicata ai Santi medici Cosma e Damiano, situata ad alcune centinaia di metri prima di arrivare in paese, sulla Strada Provinciale. Edificata nell’anno 1829, a devozione del canonico Gaetano Scordamaglia, inizialmente era più piccola di come appare oggi e fu ampliata nell’anno 1929, a devozione di Don Francesco Pugliese. E’ una piccola chiesa a forma rettangolare, con abside semicircolare. E’ costruita in muratura di pietra calcare listata con mattoni ad interasse di un metro, con soffitto in legno e copertura a due falde in legno e manto di copertura in coppi di laterizi.

Né all’esterno né all’interno presenta particolari pregi artistici, l’unica cosa degna di qualche rilevanza artistica è una pittura su tavola che rappresenta la Madonna delle Grazie, con ai lati i Santi Cosma e Damiano (1829). Lasciata la chiesa, ci dirigiamo verso il paese, continuando per la provinciale e in seguito, continuando dritti nel paese per Corso Vittorio Emanuele, arriviamo fino a piazza Cesare Battisti, quindi sempre dritti, nel Largo Duomo, scorgiamo un lato della Chiesa dedicata a San Pietro Apostolo risalente alla seconda metà dell’ ‘800.

Attuale chiesa parrocchiale, durante i secoli subì diversi interventi e ampliamenti, tra i primi intorno al 1879. In seguito fu gravemente danneggiata dai terremoti. Interventi di restauro e relative modifiche furono apportate nel 1910 e nel 1924. Attualmente si presenta ad una sola navata, con abside semicircolare e con annessa cappella laterale. Lo stile, interno ed esterno, è composito. Sulla facciata, divisa in due ordini da una trabeazione, si notano una serie di lesene, il portale con timpano a lunetta, sovrastato da una bifora. Al suo interno, decorato da lesene e stucchi, possiamo trovare diverse pregevoli opere, quali: una statua della Madonna Immacolata di Domenico Derposi (?) (nome poco leggibile) di Dinami (1804); una statua di Sant’Anna dello stesso autore (1790); una scultura di San Nicola (XIX sec.); una scultura lignea di Santa Lucia (XIX sec.); una coppia d’angeli in legno (XIX sec.); un organo a canne, della bottega Petillo da Napoli (XIX sec).
Tornando indietro e proseguendo verso Corso Vittorio Emanuele, Piazza Cesare Battisti e Via Posta, ci immettiamo per una piccola strada di campagna (dove c’è il Calvario). Percorrendola per circa un chilometro si giunge nella contrada “Manna”, dove sorge una piccola chiesetta dedicata alla Madonna del Rosario.

Edificata agli inizi del secolo XX, per devozione del Canonico Don Michele Pugliese, fu restaurata nell’anno 1953. Ha forma rettangolare, con abside semicircolare. Non ha particolari pregi artistici, l’una cosa degna di qualche rilevanza è il quadro della Madonna del Rosario (copia del quadro conservato nella Basilica di Pompei) (XX sec.).
Seguendo nella stessa direzione arriviamo all’imbocco della Strada Provinciale dove, girando a destra, ci si immette sulla via che riconduce al centro abitato. Noi invece ci dirigiamo di nuovo verso il bivio in contrada Sant’Agata. Svoltiamo a destra e, a qualche centinaio di metri, a ridosso della strada provinciale, nel territorio della parrocchia di Gasponi, sorge una piccola chiesa dedicata a Sant’Agata. La costruzione risale al 1902 e fu finita e consacrata il 4 agosto 1927. E’ un tipico esempio di chiesetta a navata unica che si trova in ambito rurale, nel territorio del Poro.

La facciata è abbellita da un portale lapideo sovrastato da una monofora a lunetta e culmina in alto con la struttura campanaria. A unica navata, con forma rettangolare e con abside semicircolare è costruita in muratura di pietra calcare listata con mattoni ad interasse di un metro, con soffitto ligneo e copertura a due falde con portante in legno e manto di copertura in coppi di laterizio. Attualmente è inagibile per il crollo del soffitto.
Da vedere, ancora, la vicina fontana in granito locale risalente al 1892.

Percorrendo la Provinciale, dopo circa due chilometri, arriviamo a Caria, ultima tappa del nostro itinerario.
Il primo agglomerato urbano sorse probabilmente nel periodo bizantino con il nome di Caria, prendendo, come ci dice il Barrio, la denominazione dall’omonima valle su cui si innalzava. Inizialmente il paese non era situato dov’è attualmente, ma era un po’ distante verso la località denominata “Casal Vecchio“. Intorno al 1660, a causa dell’alta franosità del terreno, l’intera valle venne inghiottita dalla fiumara Ruffa.

Tutto andò perduto: la Chiesa Parrocchiale, la torre della famiglia Galluppi, palazzi, case e molti edifici. L’attuale paese fu costruito, in seguito, ai piedi del monte detto “Cafaro“.
Nel 1677, dopo la costruzione del nuovo paese, veniva edificata anche la nuova Chiesa Parrocchiale.
Il XVIII secolo fu a grandi linee, un’epoca di benessere. In questo periodo a Caria si produceva molto frumento, olio, lino, legumi, mais in quantità. Vi erano abbondanti alberi di fichi e ciliegi. Caria, inoltre, era rinomata per l’aria salubre, molto indicata per la convalescenza degli ammalati.
In questo villaggio risiedevano, in alcuni periodi dell’anno, molte famiglie benestanti di Tropea, di solito, per controllare i propri possedimenti.
Caria è stato uno dei 23 Casali dipendenti da Tropea. Nei primi anni del 1800 venne aggregato al Comune di Spilinga, al quale era collegato da un ponte (andato distrutto).

Dal 1 gennaio 1812 entrò a far parte del comune di Drapia. In questo periodo, la popolazione viveva d’agricoltura e se anche c’era un certo benessere le condizioni di vita non erano migliori che altrove.
Anche Caria ebbe i suoi briganti, tra loro si ricorda Antonio Speranza, che si rifiutò di presentare servizio militare al nuovo esercito e altri che furono veri e propri fuorilegge.
I due tremendi terremoti, già citati, sconvolsero l’abitato, distruggendo diverse case e danneggiando gravemente la chiesa parrocchiale.
Il visitatore che giunge nel paese di Caria si immette per via Regina Elena, dove c’è un interessante edificio, oggi di proprietà della famiglia Toraldo. Costruito agli inizi del ‘900 su una preesistente struttura settecentesca, nel 1920 le sono state aggiunte le merlature che la fanno somigliare ad un castello.
Molto particolari le bifore ogivali goticheggianti e lo splendido balcone balaustrato, decorato con murature simili a tende. Interessante da visitare il giardino.
Lasciato il “castello di Caria“, c’è la chiesa di San Nicola. Di incerta origine, inizialmente era più piccola, ma fu ampliata nella parte absidale alla fine del XIX secolo e benedetta nell’anno 1893. Funzionò fino ai primi del ‘900, quando fu rovinata dai terremoti del 1905 e del 1908. Successivamente fu utilizzata come sede dell’asilo infantile e, in seguito, come monumento ai caduti della guerra del 1915-1918. Attualmente la chiesa si presenta a navata unica con abside semicircolare. Da essa proviene una statua custodita nella chiesa parrocchiale.
Continuando per Via Regina Elena, dopo piazza Cavour, ci immettiamo per via Duomo per arrivare fino alla chiesa dedicata alla Trasfigurazione di nostro Signore Gesù Cristo.
L’attuale chiesa parrocchiale di Caria fu edificata nell’anno 1677. In origine essa era più piccola. Infatti, tra il 1841 e il 1868, fu ampliata e le furono apportate varie modifiche. Durante questi lavori venne sostituto l’antico dipinto su tavola posto sull’altare maggiore, con il quadro con la scena del monte Tabor.

Nel 1820 fu costruito il campanile. La chiesa riportò seri danni a causa dei terremoti dell’8 settembre 1905 e del 28 dicembre 1908. Per diversi anni le funzioni religiose si svolsero nella chiesa di San Nicola. Nel 1914 ebbero inizio i lavori di ricostruzione: venne rifatto il pavimento e parte della facciata principale. Nel 1945 fu demolito e ricostruito il campanile. Sette anni dopo fu ampliata la cappella di San Francesco di Paola per fare posto ad altri tre altari. Infine, nel 1959, furono eliminati il pulpito e gli altari laterali.
Attualmente la chiesa è un edificio di stile composito. Sulla facciata esterna, colore nocciola, si notano quattro lesene e una serie di fregi in stucco bianco. A destra, il campanile incorporato termina in una guglia. Ha pianta rettangolare a navata unica, con abside semicircolare e cappella laterale. Al suo interno, decorato con stucchi chiari e colonne possiamo trovare alcune pregevoli opere, quali: uno splendido ciborio proveniente dal Convento di San Sergio e Bacco di Drapia, che dovrebbe risalire al ‘700; una tela della Trasfigurazione di Gesù Cristo sul monte Tabor, (riproduzione quasi integrale di quello custodito in San Pietro in Vaticano) del Petracca da Ricadi, discepolo del Del Vivo da Napoli, (XIX sec.); una tela della Sacra Famiglia, insieme ai Santi Giacchino e Anna (1887); una teladella Madonna del Carmelo, con Sant’Ignazio di Loyola (a destra) e San Nicola (a sinistra) (XIX sec); una tela dell’Ultima Cena, (XIX sec); una statua di San Francesco di Paola (1870); una statua di San Nicola (XIX sec); una statua dell’Immacolata di Domenico Morizzi di Tresilico d’Oppido, (1864); un organo a canne costruito dalla bottega Petillo di Napoli (1870).
Attaccato alla chiesa parrocchiale c’è l’oratorio del SS. Sacramento e delle anime del Purgatorio di proprietà della confraternita (vi si accede dalla torre campanaria).
Edificata nel 1788, nel corso dei secoli subì diversi interventi di ampliamento e ricostruzione. Attualmente è adibita a deposito.
E’ una piccola chiesa a navata unica con piccola cappella laterale, priva d’abside e con volta a botte. Non ha particolari pregi artistici, l’unica cosa degna di qualche rilevanza è l’ottocentesca tela dell’Ultima Cena, che un tempo si trovava sull’altare e attualmente è posta nella chiesa parrocchiale.
Lasciato il piccolo oratorio, immettendoci per Via Garibaldi, a sinistra della chiesa parrocchiale, a circa seicento metri in discesa, attraverso una strada tra i campi, poco sotto l’attuale sito di Caria, nel luogo detto “Santu Sidaru”, troviamo i resti dell’antico monastero di Sant’Isidoro.
Sorto nel VIII secolo ad opera di asceti basiliani, il cenobio era addossato a una verde collina che sovrasta la Città di Tropea. Durante scavi condotti intorno agli anni ’60, sono venute alla luce delle grotte, all’interno delle quali sono state identificate vere e proprie tombe intagliate nella roccia. Probabilmente questi monaci vivevano in celle separate, riunendosi solo la domenica per la liturgia. Tutto il territorio intorno al Monastero è ricco di grotte, da ciò si deduce che questi antichi monaci si allontanavano dal cenobio per meglio concentrarsi nella preghiera e nella contemplazione e vi rientravano per la lettura dei salmi e per la sepoltura dei loro morti. Molte sono le tombe scoperte proprio nell’area dove sorgeva l’antico Monastero. Il sito ha sempre attirato l’attenzione di noti archeologi, tra cui l’insigne Paolo Orsi che lo ha visitato e studiato.
Ritornando indietro per la stessa strada, immettendoci di nuovo per Via Garibaldi e Via Duomo, svoltiamo a sinistra verso Via Gallo e, proseguendo sempre dritti, arriviamo al bivio che ci immette di nuovo nella strada Provinciale. Ad un centinaio di metri arriviamo alla chiesetta della Madonna del Carmine.
Eretta nell’anno 1897, da Giuseppe Pugliese, venne ampliata nell’anno 1905 dal Pugliese grazie al contributo dei fedeli di tutta la zona. Quando i lavori furono quasi terminati sopravvenne il disastroso terremoto dell’8 settembre che la danneggiò fortemente. I lavori di ricostruzione vennero eseguiti nel 1907. Successivamente, nel 1953, fu commissionata una tela della Vergine del Carmelo a Ignazio Sambiase di Pizzo, che decora il soffitto.
Ai nostri giorni la chiesa è a navata unica con abside semicircolare di stile composito e in muratura. Né all’esterno, né all’interno presenta particolari pregi artistici.
Proseguendo sempre dritti per la Strada Provinciale, dopo circa un chilometro, arriviamo nei pressi della grotta di San Leo. Del periodo medioevale era una grotta monastica basiliana nella quale sono conservati diversi affreschi.
Di difficile accesso, ubicata sulle pendici della fiumara Ruffa, in un luogo altamente scosceso, è una delle poche grotte eremitiche affrescate rimaste in Calabria.
Probabilmente, prese il nome dall’eremita San Leo di Africo o di Bova, santo calabro-greco, che quasi certamente visse nel X secolo.
Allo stato attuale, non presenta tracce di muratura né, tanto meno, di una delimitazione dell’ingresso. Dall’esterno della stessa, si abbraccia con lo sguardo tutta la parte interna, semicircolare, affrescata. Non rimangono tracce del pavimento. La parte superiore della grotta, piana, è intonacata. La parete di fondo è divisa in cinque quadri rettangolari, disposti verticalmente. Del primo affresco, che raffigura l’adorazione dei Magi, rimangono delle piccole porzioni. Il secondo affresco, che rappresenta un Santo Papa e reca l’iscrizione S.C.P.M. (Santo C. Pontefice Massimo), si conserva ancora in discrete condizioni. Il terzo, che raffigura il Padre in trono benedicente che sorregge dalle due estremità della croce il Figlio crocifisso, appare rovinato, ma quasi integro nel suo insieme. Il quarto affresco, che raffigura una Madonna sul trono con Bambino, culmina in alto con un arco schiacciato e rispetto ai primi tre appare in una posizione più elevata. Questi primi quattro affreschi, probabilmente del secolo XVI, sono caratterizzati da una iconografia comune e delimitate ai lati da un cornicione blu. L’ultimo affresco, il più rovinato, non ancora ben decifrato, andrebbe studiato più attentamente. Secondo alcuni, riproduce l’iconografia della deisis. Di esso si intravede appena l’immagine di Cristo, molto rovinata dall’umidità, e più leggibile, una porzione superstite al taglio della parete effettuato al limite del quarto affresco della Madonna. La composizione risulta schiacciata, frontale, tipica dell’iconografia bizantina e per il tema e per l’esecuzione. Tale affresco, perciò, è decisamente precedente a quelli presenti sulla parete e può essere ascritto al secolo XI.
Per quanto riguarda le sue dimensioni, essa era inizialmente più grande: era larga 5 metri e alta 3 metri.

Oggi le sue dimensioni variano: è larga 4,7 metri e alta circa 2 metri. Purtroppo giace in uno stato di totale abbandono e necessiterebbe di urgenti restauri.
Non lontano dalla grotta, nel vallone dove scorre la fiumara Ruffa, cresce una rarissima specie di felce, la Woodwardia radicans, appartenente alla famiglia delle Blechnaceae, che costituisce uno dei relitti più antichi della flora mediterranea.
Ritornando sulla Strada Provinciale incontriamo i ruderi della residenza della famiglia Galli, la cosiddetta Torre Galli.
Edificata intorno alla metà del XIX secolo, su preesistenti edifici, venne abbandonata a causa di un incendio che la distrusse quasi completamente rendendola inagibile.
In tutta la zona nel 1922-23 sono stati effettuati degli scavi diretti dall’insigne archeologo Paolo Orsi. In quell’occasione è stato rinvenuto un vasto insediamento dell’età del ferro riconducibile al Xe al VI secolo a.C. e, un po’ più in basso rispetto al nucleo abitativo, una necropoli risalente allo stesso periodo, con ben 334 tombe (quasi tutte a inumazione in fossa), contenenti oggetti in bronzo, punte di lance e vasellame, oggi esposti al museo di Reggio Calabria.
Altri scavi furono eseguiti a varie riprese tra gli anni ’70-’80-’90 del XX secolo, dall’archeologo Marco Pacciarelli.
Tra gli studi da lui compiuti, la scoperta dei più antichi scarabei di produzione egiziana e levantina rinvenuti nel Mediterraneo occidentale, indizio di precocissimi contatti con navigatori provenienti dalle coste cipriote o del Vicino Oriente, precursori dei Fenici, o Fenici essi stessi.
Continuando il nostro itinerario, giunto ormai verso la fine, riprendiamo di nuovo la Strada Provinciale in direzione di Caria.
Giunti a circa seicento metri da Torre Galli, ci immettiamo, dopo l’ultima curva a destra, in una piccola stradina di campagna. Percorriamo circa un chilometro e mezzo, prima che la strada continui in discesa e incontriamo, a sinistra della stessa, sul colle che sovrasta l’abitato di Gasponi, i resti della chiesa della Madonna del Cardillo.
Non sappiamo quand’essa fu edificata. Dovette essere una prebenda canonicale, come è ricordato nella monografia della Diocesi di Nicotera e Tropea fatta dal Vescovo Taccone-Gallucci nel XIX secolo. Le prime notizie che la riguardano risalgono al 1451. Dalle stesse possiamo rilevare che la chiesa esisteva già da qualche tempo. Nel secolo XIX fu abbandonata e destinata ad uso profano.
Attualmente consta di un solo ambiente di forma rettangolare (diviso in seguito in due vani), le pareti sono in pietra granitica e calcare ricoperti da intonaco. La porta principale d’accesso ha forma d’arco a tutto sesto ed è costruita in conci di pietra tufacea.
Sempre nella zona, da visitare tra le località Sant’Agata, Barone, Riaci e “Petti di Gasponi”, i resti di grotte che ospitarono una comunità basiliana rupestre, di cui però non siamo certi del nome. Sul periodo della sua edificazione non abbiamo notizie certe: è sicuramente del periodo medioevale (fine del periodo bizantino). Di esso ci rimangono tracce solo delle grotte eremitiche.

Intorno a queste grotte si notano ancora, in tutta la zona, numerose incisioni tombali nella pietra dovute alla consuetudine di seppellire i morti intorno alle grotte dei monaci.
Le persone ivi sepolte erano adagiate col capo verso il tramonto e recavano un’anfora di terracotta vicino la testa. I sepolcri contenevano scheletri umani, corredi funebri e anfore in terracotta e sono conosciute come “tombe saracene“.
 

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